venerdì 12 maggio 2017

5 is megl che one #7 speciale #maggiodeilibri – ovvero i 5 libri che mi hanno garantito il #benessere giusto al momento giusto


Ci sono delle cose che facciamo quando vogliamo stare bene. Alcuni si avvalgono del "mente sana in corpore sano", andando a fare una corsa o una sessione in palestra per recuperare il #benessere fisico e mentale.
Io, per un po', ci ho provato a pensarla così. Mi sono iscritta a un corso di pilates che integravo con una partita a zumba davanti alla wii. Purtroppo, però, la mia poca inclinazione allo sport – sempre stata fiera sostenitrice del detto di un mio amico che sosteneva che lo sport, dopo i 25 anni, uccide – mi ha fatta desistere dopo qualche tempo. Dopo una lezione di pilates c'erano solo dolori, secrezione di acido lattico impazzita, capelli sporchi, nuova consapevolezza dell'esistenza di muscolatura laddove pensavo ci fosse solo il vuoto e la pelle, spossatezza.
Lo sport, insomma, davvero dopo i 25 anni mi uccise. Quindi, decisi che poggiare le scarpette appositamente comprate da Decathlon nella scarpiera e utilizzare i leggins solo per fare le pulizie in casa fosse la scelta migliore. Lo feci sia per il mio corpo, sia per la mia dignità – la non coordinazione braccia-gambe è spesso fonte di forte imbarazzo.
Ho così optato per la ricerca di una nuova fonte di #benessere, che fosse sia fisica che mentale – ovviamente – e non richiedesse alcuno sforzo muscolare particolare: il libro giusto al momento giusto.

In questa puntata speciale dedicata al #maggiodeilibri, voglio quindi parlarvi dei 5 libri che mi hanno fatta stare bene (quando ne avevo più bisogno) e che mi hanno portata a una nuova concezione, del tutto personale, del #benessere.

1. Cassandra al matrimonio (Cassandra at the Wedding) di Dorothy Baker.

Letto in credo neanche 10 ore, letteralmente sbranato. Un libro che mi ha piacevolmente colpita e che è stato uno di quei romanzi che diventano "il libro giusto al momento giusto". Non è semplice che accada, ovviamente. Però, quando inciampi sul romanzo giusto che racconta la storia giusta nella maniera giusta proprio quando e hai più bisogno, non è una gran bella soddisfazione?
Una prosa che mi ha incantata, forse ancor più della storia narrata che, comunque, ha davvero il suo perché. 
Non è la storia, comunque, che fa di questo libro un gioiello; Cameron, autore di Un giorno questo dolore ti sarà utile, nella prefazione spiega molto bene perché Cassandra al matrimonio non è un libro qualunque ma un gran bel libro e io, seppure sia meno famosa e decisamente parecchio meno influente di Cameron, la penso esattamente come lui. I temi trattati possono forse essere considerati un po' "pesanti" (passatemi il termine). Certo, leggere della possibilità di un incesto e dell'omosessualità negli anni '60 non è forse considerabile una lettura leggera, eppure la Baker tratta tutto con così tanta professionalità che non ci si accorge neanche di aver terminato il libro. Per darvi un'idea, vi dico solo che ho aperto il libro pensando "leggo un paio di pagine e vado a pranzo" e alle 5 di pomeriggio ero ancora lì, sul letto, senza neanche avvertire la necessità di bere un bicchiere d'acqua. L'aspetto che forse più di tutto il resto rende questo libro un gran bel libro è il modo in cui la Baker ha deciso di strutturarlo; la prima e l'ultima parte sono narrate dal punto di vista di Cassandra, con un linguaggio che non lascia tanto spazio all'immaginazione: una personalità graffiante e irruente trova espressione in un uso della lingua sincero e al contempo aggressivo. La parte centrale, invece, è narrata dal punto di vista di Judith, un personaggio più equilibrato che la Baker contraddistingue rendendo la prosa più fluida e pacata. Insomma, io l'ho adorato. Dico davvero.

2. Il commesso (The Assistant) di Bernard Malamud.

Credo che Bernard Malamud non abbia bisogno di grandissime presentazioni da parte mia che, diciamolo, non sono praticamente nessuno nel panorama letterario. Cioè, dai, la mia opinione conta quanto quella del vecchietto che nel bar sotto casa mia si lascia andare in commenti arditi sulla formazione dell'Atletico Madrid.
E, seppure la mia opinione non conti poi molto, sento comunque di consigliare Il commesso come lettura da fare quando volete stare bene. Sì, è vero, è forse una storia un po' triste ma la prosa, signori, la prosa! 
Il disarmante realismo che trasuda dalle parole di Malamud è una delle cose più belle in cui potete imbattervi. 
Una storia d'amore ma anche una riflessione sulla propria identità e sulle proprie origini, uno spaccato tremendamente realistico sulla povertà degli anni '60, in una Brooklyn che fa i conti con gli inizi della globalizzazione e della modernità.
E Frank Alpine, il commesso da cui il romanzo prende il nome, che personaggio meraviglioso è? Bernard, devo proprio dirtelo, mi hai scaldato il cuore con questo capolavoro, dico sul serio. Ed è una cosa che non tutti riescono a fare, mio caro Bernard, fino a ora sono stati in pochi a riuscirci. 
Bello, davvero, ma anche triste. Da leggere quando siete un po' malinconici e avete bisogno di riacquistare fiducia nell'essere umano. Malamud, credetemi, ci riesce egregiamente. Quando lo recensii (qui) paragonai la tristezza di questa storia all'umidità. Mai paragone fu più azzeccato. Dopo tempo, continuo a pensarla così. Malamud, cacchio, sei bastardo proprio come l'umidità.

lunedì 24 aprile 2017

Nereia vs Barcelona #3 – Speciale Sant Jordi


È passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui sono riuscita a mantenere una parvenza di costanza da queste parti. I motivi sono diversi e un giorno – prometto! – ve li racconterò, non temete.
Oggi è un lunedì e sì, avete ragione, non è il giorno di Nereia vs Barcelona. Io, però, avevo proprio voglia di scrivere questo post e, quindi, non ha più importanza che sia lunedì.
Ieri, domenica 23 aprile, è stata la giornata mondiale del libro e, come voi ben sapete, è l'inizio del #maggiodeilibri  Ma il 23 aprile, qui in Catalunya, è la giornata dedicata a Sant Jordi ed è proprio di lui che voglio parlarvi.

Sant Jordi, conosciuto in Italia come San Giorgio, è stato un martire cristiano e la sua morte è avvenuta proprio il 23 aprile. Non si hanno molte informazioni sulla sua vita, ma ciò che si sa è che è stato un valoroso soldato nell'esercito dell'imperatore Diocleziano.
Si narra che in una città chiamata Salem, in Libia, vi fosse uno stagno grande abbastanza da nascondere un drago il quale, con il proprio fiato, uccideva tutte le persone che incrociavano il suo cammino. Gli abitanti di Salem, per tenerlo a bada, gli offrivano due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrire alla bestia un giovane tirato a sorte e una pecora.
Quando a sorte venne estratto il nome della figlia del re come giovane da sacrificare, il re offrì metà del suo patrimonio pur di salvarle la vita ma la popolazione si ribellò, poiché molti avevano visto i loro figli morire. Dopo otto giorni di vani tentativi di salvarle la vita, il re alla fine cedette e la giovane principessa dovette recarsi allo stagno per essere sacrificata.
In quel momento Giorgio, recatosi lì perché a conoscenza dell'imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, dicendole che non v'era nulla da temere poiché non sarebbe morta.
Le suggerì di avvolgere al collo del drago la sua cintura e questi cominciò a seguirla docilmente per le strade della città. Per tranquillizzare la popolazione, Giorgio pronunciò queste parole: "Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro".
A quel punto, il re e il popolo si convertirono e Giorgio uccise il drago, trafiggendolo con una spada.

mercoledì 5 aprile 2017

Questione di incipit #19


E quindi sono tornata – ve ne sarete accorti. Dopo più di un mese di pausa, sono tornata da queste parti e mi auguro per più di un mese. Nei prossimi giorni vi racconterò un po' ciò che mi è successo e da cosa deriva questa mia assenza.
Intanto, però, oggi voglio parlarvi di un libro di cui in verità si è già tantissimo parlato. Di che si tratta? Ma di Neve, cane, piede di Claudio Morandini, pubblicato da Exòrma Edizioni.
In occasione dell'Indie BBB Cafè, voglio mostrarvene l'incipit. Per chi non lo avesse letto o per chi non conoscesse ancora bene la casa editrice è un modo per convincersi a mettere questo libro in lista desideri. Io ve lo dico eh, dopo aver letto l'incipit sono certa che accadrà. Non ditemi, poi, che non vi avevo avvisati!

Neve, cane, piede si ispira ai romanzi di montagna della letteratura svizzera e ci racconta la vita di montagna per come è realmente: dura, aspra, carica di solitudine e feroce.
Il protagonista, Adelmo, è un vecchio scontroso e smemorato, accompagnato da un cane chiacchierone e petulante che, però, funge da spalla comica.
Morandini ci permette di osservare, attraverso una piccola finestra, l'ambiente ostile e faticoso dei valloni isolati delle Alpi, l'isolamento di chi vi abita, la durezza degli inverni attraverso descrizioni realistiche e dettagliate.
Io sono un'amante degli inverni, magari non così duri, ma quando sta per arrivare la primavera, sento di aver bisogno di rifugiarmi in quell'angolino della mia mente fatto di distese infinite di candida neve e caminetti accesi.
Questo, credo, sia il libro di cui ognuno di noi ha bisogno: sia che sia inverno, sia che sia estate o primavera.
Pubblicato a novembre del 2015, ha subito avuto un enorme successo. Meritato, ne siamo certi.

Per avere maggiori informazioni sul libro e per poterne leggere la scheda, vi rimando al sito della casa editrice, proprio qui.

UNO 

Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti di roccia.
Giù in paese, allora, prima che sia troppo tardi e una nevicata renda difficoltoso il cammino.
Adelmo Farandola cammina, zaino in spalla. Ha bisogno di carne secca, salsicce, vino e burro. Le patate che ha messo da parte basteranno per tutto l’inverno. Ora riposano nella stalla, al buio, accanto ai vecchi utensili dell’alpe, i bigonci, le cavezze, le zangole, le catene, le spazzole, e protendono i germogli pallidi come per fare il solletico. Le patate ci sono, le mele anche – cassette di mele che il freddo renderà ingrugnite, lasciandole però commestibili. Adelmo Farandola ama il gusto di quelle mele brutte, un gusto che gli allappa i denti, si afferra a lungo ai peli delle narici, e sa un po’ di carne, di quella carne frolla che si avanza dopo una caccia abbondante. Anche le mele ci sono, e basteranno per l’inverno. Salsicce ci vogliono, e vino. Vino e burro. Burro e sale.
Il vento lo piega da un lato, mentre scende al paese. La fatica lo sorprende, e lo fa quasi ridere il pensiero di quanto faticherà al ritorno, in salita, con quel vento. Il sentiero scivola giù per canaloni e pianori, e talora scompare tra le vecchie ceppaie sfatte, tra l’erba alta, o il pietrame in perenne movimento, ma l’uomo sa come non perdere la strada.
Qui, a mezza costa, l’autunno colora i larici di un giallo scialbo. Non è l’autunno allegro e sfrontato del fondovalle, la tavolozza esasperata dei vigneti e dei boschi di ontani e castagni. Le foglie qui muoiono subito, si seccano subito sui rami, prima ancora di cadere.
In passato Adelmo Farandola si recava al paese più spesso, per ascoltare la banda nei giorni di festa solenne. Si nascondeva dietro i muri delle case, e lasciava che il suono della banda gli giungesse confuso. Ma aveva smesso presto di farlo, perché qualcuno lo aveva visto, gli era andato incontro con la mano tesa a stringere la sua, aveva cercato di scambiare due chiacchiere. Ora gli capita di scendere fino a metà della fascia di faggi, e di ascoltare le bande da lassù, ben protetto dalle foglie e dai tronchi. La musica sale indistinta, un pasticcio di colpi di grancassa, tube e stridori di clarini, oscillante nel vento, ma a lui basta questo, e a volte gli capita anche di riconoscere una melodia o l’altra, e gli viene addirittura voglia di canticchiarla, e allora lo fa, ma pianissimo, perché non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non si ricorda o non vuole sapere o non vuole dire.
Dopo qualche minuto, però, anche la banda gli dà la nausea. Gli sembrano troppi, troppo accalcati, troppo rumorosi, troppo allegri. Allora sputa per terra, si gira, riprende l’erta verso casa, dicendosi che quella banda suona proprio male, che gli abitanti del paese sono tutti stupidi, e che la musica non serve a nulla. Ma gli capita anche di sognarla, quella banda, e nel sogno sente suonare melodie bellissime, da musicisti perfettamente intonati. E senza paura si mette in coda alla banda, li segue e canta a voce spiegata quella musica che gli ricorderebbe antichi momenti di gioventù se avesse conservato quei ricordi per intero, balli con le ragazze, e soprattutto risse e lotte con gli altri pretendenti, lunghe chiacchierate con ragazze, fatte per lo più di silenzi e sospiri e singhiozzi da ubriaco.
Una vaga sensazione coglie Adelmo Farandola alle prime case del paese. Si guarda attorno, e tutto gli sembra meno estraneo di quanto gli accade di solito, quando torna a rifornirsi dopo mesi di solitudine sull’alpe. Prende sicuro la via principale, l’unica che possa dirsi via, e si dirige con una facilità che lo stupisce verso il negozio, l’unico che possa dirsi tale. La bottega si affaccia, con una vetrina ingombra di attrezzi impolverati e oggetti da regalo che la lunga esposizione al sole ha reso quasi incolori, sulla piazza della pieve, l’unica piazza che possa dirsi piazza. Lì si vende di tutto, alimentari e arnesi agricoli, biancheria e giornali, pure qualche ninnolo da donna. Adelmo Farandola entra, chinando naturalmente il capo all’ingresso, come si fa per timore quando si entra in chiesa, o come fa sempre lui per non sbattere contro il basso architrave della baita.
La donna del negozio lo guarda sorpresa, gli sorride.
– Buongiorno – gli dice, – lasci pure aperta la porta, grazie.
– Buongiorno a lei – dice Adelmo Farandola, con lentezza.
A non parlare per tanto tempo fatica a far uscire le frasi, e ogni parola gli sembra difficile come uno scioglilingua. Per distrazione, chiude dietro di sé la porta.
– Dimenticato qualcosa?
– No, io... dovrei prendere cose.
– Appunto, dico. Cose che si è dimenticato l’altra volta. L’altra volta, rimugina lui.
– La scorsa settimana, sì. Cos’era, martedì, mercoledì. Si ricorda lei?
– Io... io sono venuto a fare provviste.
– Questo l’ho capito. Ma visto che è già venuto a fare provviste con quella stessa faccia la settimana scorsa, per l’inverno, io le sto chiedendo se per caso ha dimenticato qualcosa, e che cosa ha dimenticato l’altra volta di così importante, visto che non è proprio una passeggiata quella che deve fare per scendere fin qui, e poi risalire non ho mai capito bene dove.
La donna ha la lingua allenata alla chiacchiera. Adelmo Farandola invece, avvezzo ai silenzi di mesi, ha perso la capacità di ascoltare, oltre a quella di esprimersi.
– E visto che l’altra volta, insomma quel martedì o mercoledì della scorsa settimana lei, caro mio, si è caricato di un bel po’ di roba, mi chiedevo appunto che cosa mai avesse dimenticato. O è passato di qui solo per salutarmi? – ride la donna, una bella risata lunghissima che fa venire i brividi al povero Adelmo Farandola e la voglia di scappare dalla bottega senza comprare nulla.
– Io... non sono sceso dall’aprile scorso... – balbetta lui, invece, con grande sforzo.
– Ma se le dico che l’ho vista qui! Martedì o mercoledì! Mi prende in giro?
– No, io... Entra un altro cliente, un vecchio del paese che una volta riparava attrezzi. Il campanello della porta fa sobbalzare Adelmo Farandola e gli fa fare un passo indietro, verso un angolo buio. Il vecchio annusa e ride.
– Ti è andato a male qualcosa? – dice alla donna.
– Benito! – ride la donna al nuovo arrivato.
– Il signor Adelmo vuole scherzare, e finge di non ricordarsi che è passato di qui la scorsa settimana a svuotarmi il negozio per l’inverno. Lascia pure aperta la porta, grazie. Il vecchio ride ancora, si passa le dita sui baffi ingrigiti, non dice nulla.
– Io non sono sceso da aprile – balbetta ancora Adelmo Farandola. Il vecchio ride e tace.
– Diglielo tu, Benito, che martedì o mercoledì il signore era qui, e mi ha saccheggiato il negozio.
– Eh, ti ho visto anch’io – ride il vecchio.
– Ma dove?
– Proprio qui fuori, per la strada. Carico come un mulo.
 – Ecco, che le dicevo? – fa la donna, con aria di trionfo.
– Ma il signor Adelmo qui ha sempre voglia di scherzare, fingeva di non ricordarsi.
Adelmo Farandola tace a sua volta. Non scherza mai, lui, non sa scherzare, non sa nemmeno cosa vuol dire scherzare, se mai gli venisse in mente di scherzare nessuno se ne accorgerebbe, perché non sa scherzare, e al massimo lo prenderebbero per scemo, come sta capitando adesso.
– Allora, che cosa vuole? – dice la donna, ora più sbrigativa, visto che è arrivato un altro cliente.
– Ecco, io... Io...
– Lei, sì.
– Io non mi ricordo esattamente che cosa ho preso l’altra volta...
– Come non ricorda? Il vecchio ride per conto suo, di fronte alla smemoratezza del montanaro.
– Non ricordo che cosa ho comprato... perché a me servirebbe del sale...
– Ma se gliene ho dato tre pacchi! – ...del burro... – Tre chili! E che ci fa con tutto quel burro?
– ...del vino...
– Eh, quello non è mai abbastanza – ride il vecchio.
– Una damigiana non le basta? Quando l’ho vista partire carico di tutta quella roba ho pensato che non ce l’avrebbe mai fatta fin lassù! Ma come ci è riuscito, a proposito? – E poi, di nuovo ammiccando:
– Non mi dirà che ha già finito quel ben di dio. Il vecchio ride, ride.
– Il vino si finisce in fretta! – ride.
Basta, alla fine, per non partire di lì a mani vuote, Adelmo Farandola compra due bottiglioni di rosso e tre paia di calzettoni di lana. Paga con grosse banconote attorcigliate e bisunte, che la donna con un sospiro prende in mano. Ed esce, nel vento già invernale.

Allora, che dite? Avete già inserito il libro in lista desideri? 

lunedì 3 aprile 2017

Indie BBB Café| Exòrma Edizioni – intervista a Silvia Bellucci


Ve lo ricordate quel progettino di cui vi parlavo qualche tempo fa, in occasione dei post dedicati a CasaSirio e Las Vegas (per chi ha un vuoto di memoria, potete guardare qui, qui e qui)?
Si chiama Indie Book Bloggers Blabbering Café, per gli amici Indie BBB Café ed è un'iniziativa partorita in una notte buia e tempestosa di dicembre da un gruppo di temibili blogger donne. No ok, non era una notte buia e tempestosa, ma siamo sì un gruppo di temibili blogger.
Insomma, come funziona questo caffè letterario? Molto semplice: ogni mese racconteremo una casa editrice differente, svelandone i misteri nascosti dietro il loro catalogo, parlando con gli uffici stampa, gli autori, gli editori stessi.
L'editore del mese di aprile è Exòrma Edizioni, una casa editrice che io ho avuto il piacere di conoscere qualche tempo fa, durante la presentazione di un loro libro a Più libri Più liberi.
Per farla conoscere un po' anche a voi, ho deciso di fare due chiacchiere con Silvia Bellucci, l'ufficio stampa della casa editrice, e farle qualche domanda.
Le altre blogger che prenderanno parte a questa avventura, che vede Exòrma come protagonista, sono – in ordine sparso: Letture Sconclusionate, Appunti di una lettrice, Una banda di cefali, Papermoon e Tararabundidee
Ciò che potrei raccontarvi io non è neanche lontanamente interessante quanto ciò che, invece, la stessa casa editrice può dirvi e, proprio per questo, lascio la parola a Silvia.

Silvia, dicci un po', chi si nasconde dietro Exòrma Edizioni?

Dietro Exòrma Edizioni ci sono due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani, che qualche anno fa hanno mollato gli ormeggi per iniziare a navigare nel mondo dell’editoria. Sulla barca ci sono anche io, che mi occupo di comunicazione e ufficio stampa, e Claudia che punta il monocolo sulla redazione. In più ci sono collaboratori che, dall’esterno, ci aiutano a navigare.

Quando inizia l’avventura come casa editrice e in che modo?

Exòrma Edizioni nasce sulla scia di uno studio di progettazione grafica ed editoriale attivo dal 1985 e diretto dai due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani. Porta quindi in dote le competenze grafiche e tipografiche per provare a costruire libri belli dentro e fuori. Il progetto editoriale ha preso avvio nel 2009, il nome si rifà alla radice di un verbo greco e vuol dire “mollare gli ormeggi”, la collana di letteratura di viaggio - Scritti Traversi – è l’ammiraglia, oltre a questa collana ce ne sono altre come quella di narrativa italiana – quisiscrivemale– o quelle di reportage narrativo che si sono formate nel tempo e vengono portate avanti con grande spinta ed interesse.

lunedì 20 febbraio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 20/26 febbraio


Sì, sì, lo so. Lo so. La settimana scorsa non ho pubblicato la puntata che tutti vi aspettavate. È che c'ho una vita pure io e, soprattutto, c'ho qualche malattia alle volte. E la settimana scorsa mi sentivo una caccola, ma davvero una caccola secca e schiacciata. Insomma, una vera schifezza.
E poi, insomma, c'ho pure un momento di crisi esistenziale, dovuto al fatto che non so più che cosa fare di questo spazio. Un discorso un poco complesso, in realtà. Avrei diverse idee, tutte non realizzabili nel poco tempo a disposizione. Mi piacerebbe che il processo di trasformazione di questo blog volgesse al termine e fosse, per così dire, definitivo.
Mi sono accorta che LibrAngolo Acuto ha bisogno, e ne ho bisogno anche io, di una ventata d'aria fresca e sto cercando di chiarirmi un po' le idee.
È possibile che nel tempo necessario a capire un po' che cosa ne sarà di questo spazio, io ci sia un po' a singhiozzo. Mi sono accorta che alcuni dei post presenti su questo blog non riscuotono l'interesse sperato, ho quindi deciso che andranno via via sparendo. Non sarà una cosa repentina, anche perché devo ancora capire come organizzare il mio tempo libero, per cui i cambiamenti che attuerò, li attuerò pian piano. A ogni modo, andiamo a vedere cosa di bello vi aspetta in libreria questa settimana.


Siamo d'accordo, questa copertina non è il massimo. E sì, siamo d'accordo, c'ha tutto il diritto di stare qui, ospite di questa rubrica. Eppure io non volevo segnalarvela perché che c'è da dì? 
Sarebbe stata una segnalazione muta, perché non c'è davvero niente da dire in merito (se non un turpiloquio di quelli importanti).
Più guardo questa copertina, più mi sembra la storia di Sam al suo primo giorno di scuola hobbittiana, quando era giovane. Dite di no? Diapositiva per voi. Avanti, ditemi se questo tizio non è Sam da giovane. 
Ecco, quindi non c'è niente da dire, al massimo posso dedicare a questo libro un rutto. Poi, però, ho letto la scheda e il mondo attorno a me è cambiato. 
Hayley frequenta il secondo anno dell'high school a Baltimora. E fin qui tutto ok. Luke ha 18 anni e quando vede Hayley ne rimane affascinato e decide di conquistarla. E fin qui, di nuovo tutto ok. "La vita è una gara e lei sarà il suo premio", qui già non è tutto ok perché una persona non è il "premio" di nessuno, non trattandosi di un oggetto, ma facciamo che è una frase a effetto e va bene, facciamo pure che è tutto ok. "È Luke a guidare il gioco, seguendo Hayley e facendole credere che si tratti ogni volta di incontri casuali, fino a quando non raggiunge il suo obiettivo." Ok, questo è preoccupante. Lui la segue? Ma che è? La nuova frontiera dello stalking? Lui la segue facendole credere che si tratti sempre di incontri casuali? E lei non si fa una domanda quando se lo trova DOVUNQUE? Sta provando delle mutande da Zara e c'è lui dietro la tenda, sta depilandosi l'inguine e c'è lui dietro la porta del bagno, sta scaccolandosi in santa pace e c'è lui nascosto dietro una pila di fazzoletti, sta mangiando cibo spazzatura guardando Maria De Filippi e c'è lui dietro il televisore, sta tagliandosi le unghie dei piedi con i denti – ao', ognuno c'ha i propri hobby – e c'è lui che è pronto a tagliarle, con i suoi denti, le unghie dell'altro piede? Ma che ansia! Una non può manco cambiarsi l'assorbente che c'è Luke vestito da Tampax vicino al gabinetto? Mamma mia, tesò, fatte na vita, iscriviti in palestra, che ne so, fatte una passeggiata ogni tanto. 
Luke, dice la scheda, vive di adrenalina. Ma non lo so eh, se vestirsi da Tampax e spiare la gente mentre si scaccola, è considerato adrenalina.

Mi so' sempre chiesta perché nessuno, nella vita reale, vada vestita come una dama dell'800 mentre passeggia nella discarica di Malagrotta. E meno male che c'è Amy Angel che, invece, c'ha di questi hobby. Perché, voglio dire, basta con queste vite normali e noiose. Vuoi mette, guardà il tramonto seduti romanticamente su una montagnetta di cartongesso sbriciolato? Vuoi mette l'osservazione della flora del posto? La scoperta di nuove malattie? La catalogazione di tutte le nuove specie di batteri? La possibilità di avvolgersi nella cacca di piccione? 
Certo, la tizia qui me se confonde proprio sul giubbino... Hai fatto tanto per quel vestito alla Jane Austen e poi te metti il giubbino di pelle e dei calzini di spugna al posto dei guanti? 
Mi piace pure lui, sguardo basso e testa china tipici del bad boy che ha appena individuato una colonia di ratti proprio lì vicino.
Poi è pure difficoltoso stare lì, in equilibrio su quel pezzo de polistirolo in pendenza, con le nuvole piene di pioggia radioattiva... 
Comunque, lei è Ivy – dice la scheda – che è una traditrice ed è stata costretta a sposare il figlio del Presidente, come è stabilito che facciano tutte le figlie del clan perdente nella guerra, cedute ai figli del clan vincente. Ivy però era diversa, perché avrebbe voluto e dovuto uccidere suo marito. Peccato che, ovviamente, s'è innamorata. La nuova versione di Romeo & Giulietta del secolo, una roba che guardate ma chi sei se non c'hai una discarica romantica vicino casa? Nessuno sei. Altro che Montecchi e Capuleti, che non andavano a rovistare tra i sacchi dell'umido. 
E comunque, mi piacciono un sacco le fiamme a caso, quelle che vedete anche lì accanto ai nostri Ivy e Bishop (sì, se chiama vescovo de nome). C'hanno il polistirolo che sputa fuoco e non se ne so' manco accorti. Vado subito a comprare il primo volume di questa serie, mi interessano gli effetti dei fumi del poliuretano espanso al cervello. Allucinogeni, come minimo.


Per oggi purtroppo è tutto, non ci sono altre uscite che meritano di essere prese in considerazione. E adesso scusatemi ma dobbiamo sbrigarci ché devo spolverare il mio vestito regency per andare a passeggiare all'isola ecologica che sta qui vicino, magari me trovo un vescovo come marito. Al prossimo lunedì!

mercoledì 15 febbraio 2017

Questione di incipit #18



Prosegue l'Indie BBB Cafè, il Cafè Letterario dedicato a una casa editrice diversa ogni mese. Il mese di febbraio è dedicato a Las Vegas Edizioni, una casa editrice che ho conosciuto grazie a La Leggivendola (sempre sia lodata) molto tempo fa. Il libro di cui vi mostrerò l'incipi oggi è, in effetti, un presito di Erica che, shame on me, tengo in ostaggio da un bel po' di tempo. Il fatto è che con Erica, non si tratta mai di prestiti a breve termine, quanto piuttosto di prestiti a "quando ti ricordi me lo rispedisci" (questa donna si fida troppo di me).
E insomma, ho deciso di leggerlo proprio in occasione del BBB Café, portandolo con me in Spagna. Quando I romagnoli ammazzano al mercoledì tornerà alla sua legittima proprietaria, avrà molto da raccontarle.
Se volete conoscere un po' meglio la casa editrice, vi lascio in fondo al post i link ai post dedicati a Las Vegas Edizioni degli altri blog che partecipano all'iniziativa.

La Romagna è una terra pacifica e cordiale, dove se beve e se magna bene e dove la gente c'ha un accento che mi incanta davvero. Questo accade tutti i giorni. O quasi. Fino a quando non arriva il mercoledì. I protagonisti del libro di Davide Bacchilega sono un giornalista, un pugile, una poetessa e un playboy che sembra non abbiano niente in comune, se non 39 anni di età e una serie di truffe che li coinvolge come vittime o carnefici. E a volte entrambe le cose.
Capisco il motivo per il quale Erica abbia voluto prestarmi e, quindi, consigliarmi questo libro. Perché? Ma perché a me le cose così piacciono da pazzi!
Tra agenti letterari, bische clandestine e gang di malavitosi si prevede un romanzo davvero niente male. Forse un po' strano, proprio il tipo di romanzo che mi fa più piacere leggere e che riesce a rendere piacevoli anche quelle giornate che sembrano proprio un qualunque mercoledì.
Per avere maggiori dettagli sul libro e per farvi un'idea sui libri in catalogo di Las Vegas, potete leggere la scheda de I romagnoli ammazzano al mercoledì qui.

Giovedì

SexyRosy56 ciabatta verso il bagno trascinandosi dietro la luce asmatica del mattino, la pera cotta del suo culo cascante, ali di pelle pendenti dalla schiena come uno spinnaker strappato dalla bufera e quei cinque anni d’età che in chat si è levata, mentre dal vivo appesantiscono indelicati quel 56 in fondo al nickname, forse il numero delle ultime candeline spente, forse la sua data di nascita, la sostanza non cambia.
La sostanza è che SexyRosy56 è una Tardona Assassina, cioè quel genere di donna che non si arrende neanche davanti al bazooka dell’evidenza e che nei suoi bei safari via web si ostina ad andare a caccia di begli esemplari di maschio come il qui presente, da accalappiare ed esporre come un trofeo del vizio, da comandare e frustare secondo lo sfizio, trastullandosi al gioco dell’inflessibile domatrice e del tigrotto ammaestrato.
Praticamente, la Moira Orfei dell’erotismo.
Sì padrona, adesso salto nel cerchio. Sì padrona, se vuoi mi tuffo nel fuoco. Sì padrona, sono la tua docile belva consegnata a domicilio, Iva e trasporto inclusi nel prezzo, come è inclusa questa vertiginosa differenza d’età che ti fa frullare la testa, ché trentanove sono gli anni miei, e mentre ti ritiri nel cesso cercando di rimettere in sesto i dissesti di questa notte selvaggia, io mi rialzo felino dal tuo lettone a baldacchino.

venerdì 10 febbraio 2017

Nereia vs Barcelona – Capítulo 2. Il NIE.


Sembra appena ieri e invece è passato quasi un mese da quando vi ho parlato de L'approdo. Dopo essere arrivata qui e aver appurato cose molto utili (di cui vi ho parlato nella puntata precedente), mi sono subito imbattuta in quella cosa strana e complessa che è il NIE. Cos'è il NIE? È il número de identificación de estranjero, un misto fra il numero della carta d'identità e il permesso di soggiorno. A cosa serve? Ogni straniero sul suolo spagnolo deve essere dotato di un numero identificativo che, comunque, da solo non è un documento d'identità. Se hai quello, devi comunque portarti dietro o la carta d'identità o il passaporto. Fin qui, tutto ok, direte voi. Il NIE, non si sa perché, serve per tutto: per iscriversi in palestra, per l'abbonamento dei mezzi di trasporto, per pagare una cosa qualunque in banca, per chiedere il cibo a domicilio (!!), per fare la spesa online, quasi serve anche per chiedere informazioni per la strada:

-"Senta, mi scusi, ma Plaça d'Espanya?"
-"Il suo numero NIE?"
-"Ma io voglio solo..."
-"No, senza NIE niente informazioni."

Accadrà, prima o poi, me lo sento. Avere il NIE in altre parti della Spagna, comunque, non è difficile. Si va alla questura, si fa la fila, si compila un modulo e niente, fine, hai il tuo NIE. A Barcellona (e temo in Catalunya in generale), non funziona così – ovviamente.
Io adesso ce l'ho, dopo varie vicende rocambolesche che neanche un racconto sci-fi, ma ottenerlo non è semplice. 
Per chiedere il proprio número de identificación de estranjero qui a Barcellona, hai bisogno di un lavoro. Ma per avere un lavoro hai bisogno del numero de identificación de estranjero. Sì, esattamente, avete capito bene. Se non hai un lavoro non puoi avere il NIE, ma per avere il NIE hai bisogno di un lavoro. Se non fosse già tutto così assurdo, a completare l'assurdità c'è il sito internet per richiedere l'appuntamento alla questura per presentare il modulo e i documenti necessari (fotocopia e originale carta di identità, fotocopia e originale del contratto di lavoro, modulo 15 in tripla copia compilato in tutte le sue parti, codice fiscale, impronta dell'indice del tuo trisavolo morto di peste, prove certe del fatto che tu sia un essere umano, carteggi che dimostrino che non sei mai stato un alleato di William of Orange). Il sito internet dell'Ayuntamiento de Barcelona (ossia il Comune) funziona come un sito fatto in Word, più o meno. Cioè de merda. 

lunedì 6 febbraio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrorbio non ti temo, Paint ti amo 6/12 febbraio


Buongiorno bellezze, buongiorno!
Ovviamente non sono riuscita – per pigrizia – a organizzare la mia settimana durante il weekend. E io che volevo fà grandi cose... Invece niente, ieri mi sono drogata di Vikings a causa di un post sbornia niente male (e poi, vogliamo parlare di quel gran bel pezzo di uomo che è Rollo? Eh? Eh? Eh? Ad aveccelo un vichingo tutto mio. Invece niente, nella mia vita no vichinghi. E i catalani so' pure bassi). È che io, ogni tanto, mi sento giovane e poi vedi un po' come va a finì. Quindi so' le 11.15, è tipo super tardi e io c'ho ancora cento cose da fare, tra cui prepararmi il pranzo e poi il tupperware con la cena che devo portarmi al lavoro (sì, lavoro il pomeriggio e la sera, che volete fà).
E quindi bene, sbrigamose. Vi dico, purtroppo, che questa settimana usciranno solo due libri degni di nota. Sta diventando un mestiere duro il mio eh, le case editrici non sono più prolifiche come un tempo. Ma andiamo a vedere più nel dettaglio di cosa parlo.

'Na recchia a sventola e una no is the new black, ve lo dico io. Averle tutte e due normali o tutte e due a sventola è démodé e non si sposa con il progetto grafico. Meglio una sì e una no. Poi mettiamocele due cose scritte sulla copertina di un libro, che quasi riporta pure il volantino coi prezzi di questa settimana del Lidl vicino casa mia. Titolo, autore, serie, logo, romanzo, autrice di, nome della casa editrice, prezzo delle alici sotto sale al kg e pure una mappa della metro di Milano che ce sta sempre bene. Io boh. Quei cosetti che dovrebbero essere dei tribali (bastaaaaaa non vanno più di moda dagli anni '90 i tribali, la smettiamo? Basta. Ogni volta che si pensa a un tatuaggio ce se piazza il tribale. Vogliamo superarla sta cosa? Soprattutto, vogliamo superare la cosa che chi è tatuato è un bad boy? Non è vero santo cielo, basta. Pure il macellaio dietro casa è tatuato, che vor dì? Non ce la fanno ad andare oltre al Step e Babi de Moccia eh, proprio no. Giacca di pelle e tatuaggio= bad boy così come collana di perle = frigida vergine)... Dicevo, quei tribali dentro la O davvero orrorifici, quasi da far venire un attacco epilettico ai passanti. Ma ce so' affezionati perché la copertina del volume uno (dove i protagonisti si innamorano) è praticamente la stessa ma frontale (qui per maggiori dettagli).
La trama che riporta la scheda, guardate, io non lo so se voglio dirvela perché l'ho letta e, dentro di me, è nata la voglia di dar fuoco a una libreria a caso. Comunque, indovinate? Il tizio qui si chiama Jake e, visto che è tatuato, è un bad boy e una rockstar. Ok. Tru l'ha conquistato, vivono insieme e lei manco ce crede che un bad boy tatuato s'è convertito alla vita da felice famiglia americana con cane e steccato bianco. Però c'è un però. Tra paparazzi agguerriti, magazine di dubbio livello, scorpacciate di Novella 3000, ospitate dalla D'Urso, staccionate da dipingere e fantasmi del passato, Tru vuole un figlio e Jake no. 300 pagine di interrogativi sui migliori metodi anticoncezionali e come renderli inutili senza che il partner se ne accorga. Un libro da non perdere.

Non lo so su cosa dovrei soffermarmi guardando questa copertina, dico davvero. Cioè io la guardo e mi gira la testa per quanto è confusionaria e piena di cose fatte male. Cos'è nebbia quella lì dietro? Fumo? Sta andando a fuoco il paese dietro di lei? Il paese dietro dov'è, dentro un presepe per caso?
I capelli neanche riesco a commentarli. In realtà sono di plastica, come quelli di Ken California che ce li aveva attaccati alla testa e giallo uovo, ve ricordate? Che poi mi so' pure sempre chiesta perché. Barbie ce li aveva i capelli, perché Ken no? A chi è venuta st'idea brillante? Manco potevo levaje quella odiosa scrima laterale alla Ciccio Bello. Già con quel sorriso cretino non sembrava particolarmente intelligente, poi con quei capelli... Infatti la mia Barbie lo tradiva sempre con un'altra Barbie (eh, aveva capito tutto della vita).
Dicevamo. Il vento che le smuove i capelli rosa mi auguro sia un turbine perché sennò non se spiega come facciano a sparare in direzioni diverse. Sto presepe, comunque, c'ha tutto eh, un incendio, dei fulmini, un turbine di vento. Ammazza che clima di merda tesò, cambia presepe.
Un minuto di silenzio, invece, per il pollice più brutto ever che abbiate mai visto (ingrandite l'immagine, ve prego).
La scheda ci dice che la Night School potrebbe sparire, i ribelli della Cimmeria Academy hanno perso i loro leader, la battaglia è persa ma la guerra è ancora in bilico (o qualcosa del genere), Carter lotta con il tempo e Allie California (sorella adottiva di Ken California) deve prendere in mano le redini del suo destino, la partita sta finendo, il gioco però no o qualcosa  di questo tipo. Vabbè, la trama non l'ho letta con attenzione, chiaro? Il fumo sul presepe e il pollice troncato di Allie California mi hanno distratta, va bene? 


Purtroppo per questo lunedì è tutto, vi auguro una settimana piena di presepi e turbini di vento! Al prossimo lunedì. 

venerdì 3 febbraio 2017

In my bookshelf #35



C'è un motivo per cui In my bookshelf non è uno di quei post che pubblico tutti i mesi, come un tempo. Diciamo che, nonostante l'impegno, ho ripreso a leggere davvero solo da Gennaio e, inoltre, il fatto di non essere esattamente dotata di una libreria – e di una prospettiva di futuro stabile –, non mi permette di lasciarmi andare ad acquisti pazzi, anzi.
Qualcosa, però, l'ho ricevuta in regalo a Natale – grazie a Maria e a Simona di Letture Sconclusionate –, quindi la mia libreria non è proprio rimasta vuota. Quella di Roma, intendo. Perché quella qui a Barcellona è vuota appositamente. Nel senso che porto dei libri da Roma qui a Barcellona, me li leggo e li riporto indietro per fare una sorta di scambio. Questo mi tranquillizza, perché so che non accumulerò niente e, in caso di veloce fuga da qui, non dovrò fare più di un viaggio per potermi portare indietro tutta la mia roba. Cerco di mantenere i miei possedimenti della quantità giusta per riempire due valigie e un trolley, così che con un solo viaggio mi venga semplice abbandonare la Catalogna, sebbene non abbia alcuna intenzione di farlo – ma, come dire, non se sa mai.

Facciamo un rapido riassunto di ciò che è entrato a far parte della mia libreria. Maria, santa donna, mi ha regalato un libro che desideravo da un po' e si tratta di Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit pubblicato da Nottetempo. Perché lo desideravo? Semplicemente perché Laura Petit è la persona che diede vita a La tartaruga, casa editrice dai nobili intenti che poi fu inglobata da Baldini & Castoldi e, successivamente, tristemente fallita. Mi piaceva La tartaruga perché pubblicava solo libri scritti da donne. Ora, voi sapete che io sono un po' femminista e non tanto per questioni politiche, quanto perché alcune persone di mia conoscenza pensano che i libri scritti da donne siano noiosi – su che basi, poi, dicono questo non si sa. Insomma, basta con questa idiozia che chi ha a che fare con l'ingegneria deve essere uomo, chi fa programmazione deve essere uomo, chi fa lo scrittore deve essere uomo per essere bravo. No, ma anche no. Ne faccio un discorso che va al di là della politica perché, prima della politica, c'è il sociale. E io, un amico o un fidanzato che pensano che le donne non so' bone a fà niente non ce lo voglio manco stampato in cartolina. E basta. Sì, sono agguerrita.

mercoledì 1 febbraio 2017

5 is megl che one #6 – ovvero 5 libri per ragazzi che ogni adulto dovrebbe leggere


Questa settimana mi sento ispirata. Sì, mi sento ispirata dai libri – come ai vecchi tempi – e ho deciso di dedicare tutta la settimana a loro. Lunedì l'ormai immancabile (e intramontabile) appuntamento con Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo (qui), martedì la recensione di un libro che mi è piaciuto tanto – sto parlando di Elementare, cowboy di Steve Hockensmith e pubblicato da CasaSirio Editore in occasione della nuova iniziativa del BBB –, oggi 5 is megl che one dedicato ai libri e venerdì una nuova puntata di In my bookshelf. Dici, che è successo nel mondo di Nereia? Niente di speciale, è vero, ma neanche niente di trascurabile. Ne riparleremo, ne riparleremo.
Quindi oggi voglio parlare con voi non di libri e basta, ma dei 5 libri per ragazzi che ogni adulto dovrebbe leggere, secondo me ovviamente. Perché? Perché credo che alle volte gli adulti perdano di vista il vero significato di quello che fanno e che dicono, dimenticandosi di ciò che conta veramente.

1. Harry Potter (la saga completa) di J. K. Rowling.
Mi dichiaro una di quelle persone, luride babbane, che attendono ancora la lettera da parte di Hogwarts. Ogni tanto guardo fuori, sperando di intravedere una civetta diretta a casa mia. Ma niente. Ormai ho superato bellamente l'età di ammissione, ma non voglio accettarlo. Ho fatto fatica anche ad accettare che la saga fosse finita. Ho sperato, e non smetto di sperare, in uno spin off, magari dedicato a quel gran bel personaggio che è Piton. Purtroppo pare che la Rowling non abbia alcun interesse e posso senz'altro capirlo: la saga si è conclusa, non v'è speranza che riprenda. Perché Harry Potter ha avuto tutto questo successo tra i ragazzi (e non solo)? Semplice: Harry Potter è la storia, dannatamente bella, della continua lotta tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra l'amore e l'odio. Un tema vecchio quanto il pianeta Terra ma che, se affrontato nel modo corretto, riesce a commuovere ed emozionare. Credo che basti leggere solo il primo volume per accorgersi che non si tratta di una storia per ragazzi ma che è, piuttosto, un libro dedicato a chiunque abbia bisogno di un messaggio di speranza. La Rowling mi ha fatta sognare, mi ha fatta crescere, mi ha fatto, in un certo senso, riconsiderare le azioni di alcune persone. Grazie Joanne, perché eri presente (e lo sei ancora!) quando ne avevo più bisogno. Adulti all'ascolto che non avete ancora letto Harry Potter: fatelo per favore, non ve ne pentirete.

2. Pollyanna di Eleanor Hodgman Porter.
A molti Pollyanna sta antipatica perché è praticamente sempre felice. La gente ritiene che la sua felicità sia fuori luogo,  a dir poco fastidiosa. Potrei anche essere d'accordo, se non ne conoscessi la storia.
Pollyanna è una bambina che, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene affidata alla zia Polly la quale si prenderà cura di lei. Polly, però, non aveva alcun rapporto con la sorella, quando questa era in vita, e per questo motivo non è contenta di ospitare la nipote. La zia, nel corso dei due libri (parlo anche di Pollyanna cresce), non tratterà mai Pollyanna come una bambina di undici anni meriterebbe di essere trattata, anzi. Con il suo carattere rigido e austero, non le dedicherà mai parole di conforto. Una bambina normale, probabilmente, si sarebbe scoraggiata e avrebbe vissuto un'infanzia a dir poco terribile. Pollyanna invece no perché, grazie al "gioco della felicità" insegnatole dall'ormai defunto padre, riesce a scorgere qualcosa di positivo anche nelle situazioni più difficili. Letto quando ero piccola (su consiglio di mia madre), credo che sia uno di quei libri che sì sono dedicati ai ragazzi ma che, in realtà, hanno molto da comunicare agli adulti. Se tutti affrontassimo la vita avvalendoci del gioco della felicità, ci accorgeremmo che, spesso, non diamo il giusto peso alle cose. Se una bimba di undici anni riesce a non gettare la spugna dopo un gravissimo lutto e un incidente che la costringe sulla sedia a rotelle, perché dovremmo gettarla noi la spugna dopo un inconveniente di qualunque tipo? Il messaggio della Porter credo che sia un insegnamento per i bambini e un reminder per gli adulti, come a dire: "hey, ti si è solo bucata una gomma, sorridi un po' alla vita".

martedì 31 gennaio 2017

Elementare, cowboy, Steve Hockensmith – recensione

Vi ho già anticipato, da qualche parte che, insieme alle blogger del Book Bloggers Blabbering, è partito un nuovo progetto, il BBB Indie Café. Cos'è? Un'iniziativa durante la quale ogni mese sarà dedicato a una Casa Editrice in particolare. Gennaio è il mese dedicato a CasaSirio, una casa editrice che ho conosciuto qualche tempo fa e di cui mi sono innamorata (i capelli di Martino e la sua innata simpatia, be', che dire, mi hanno stregata).

Adocchiato al Salone Internazionale del Libro di Torino dello scorso anno, ma acquistato successivamente a causa della cospicua mancanza di fondi e per colpa della valigia che pesava già un quintale e mezzo, ho avuto il piacere – e la tranquillità – di leggere Elementare, cowboy solo adesso. I motivi sono tanti e i più disparati ma sono contenta, per una volta, di essere affetta da quel fenomeno che in Giappone prende il nome di Tsundoku (l'accumulo sconsiderato di libri da leggere). Perché? Perché così è più probabile che legga il libro giusto al momento giusto, avendolo già acquistato.
Con Elementare, cowboy è successo proprio così: divorato sul treno che tutti i giorni mi portava in quel freddo paesetto che è Sant Cugat – nella provincia di Barcellona –, mi ha fatto non solo viaggiare nel tempo, ma anche riscaldare dentro. Sì, perché la copertina arancione, i toni caldi e scherzosi, i capelli rosso fuoco dei fratelli Amlingmeyer e la polvere del West non possono far altro che accompagnare le tue giornate rendendole migliori. Soprattutto se, come me, si è costretti a prendere un treno che puzza di circo (true story) per dirigersi in un posto freddo e triste per andare a lavorare.


È il 1893 e siamo in America, nel polveroso Montana, in compagnia dei due fratelli Gustav e Otto Amlingmeyer. Gustav, fratello maggiore, è più conosciuto come Old Red mentre Otto, fratello minore, è soprannominato Big Red per via della sua stazza. Old Red e Big Red, dopo aver perso la propria famiglia a causa di una serie di orribili disgrazie, sono costretti a cercare un impiego che gli permetta di mantenersi. Gustav, analfabeta ma gran lavoratore, e Otto, capace di leggere, scrivere e fare i conti, si ritrovano così a candidarsi per un lavoro presso il Cantlemere Ranche, conosciuto da tutti come Dollaro Barrato, un ranch che non possiede una reputazione esattamente positiva.

Il Montana può rivelarsi un luogo difficile in cui vivere, soprattutto grazie alla sua vicinanza geografica con il Canada che non gli garantisce sempre un clima steppico. Ce lo confermano le parole Big Red, nell'incipit del romanzo, che vivere nel West non è ciò che si può considerare una tranquilla e spensierata passeggiata.

«Nel West ci sono due cose dalle quali proprio non puoi scappare: la polvere e la morte. È come se danzassero insieme nel vento e non puoi mai sapere quando una folata leggera ti soffierà in faccia l'una o l'altra».

Proprio a causa di un inverno molto duro, quello del '86-'87, che aveva provocato una terribile moria di vacche, diversi "Baroni della carne" della zona erano stati costretti a vendere i propri ranch. Il Dollaro Barrato, invece, aveva resistito alla moria e, rimasto operativo, aveva deciso di effettuare un cambiamento. I proprietari, dopo aver licenziato il vecchio amministratore, ne assunsero uno nuovo che decise di liberarsi del vecchio ranchero e di mettere il Cantlemere Ranche nelle mani dei non esattamente proprio fratelli McPherson.
Al Dollaro Barrato, però, c'è qualcosa che non torna, che non funziona come dovrebbe. Innanzi tutto il numero di impiegati: un ranch di quelle dimensioni ha bisogno di una considerevole forza lavoro per andare avanti e i fratelli Amlingmeyer si accorgeranno subito che l'esiguo numero di cowboy all'interno della proprietà non è neanche lontanamente sufficiente per portare a termine la grande mole di lavoro. Inoltre, sembra strano che, senza una vera selezione, i McPheron decidano di assumere un gruppo di cowboy incontrati in un bar.

lunedì 30 gennaio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 30 gennaio – 5 febbraio


Buongiorno gente!
Oggi mi sento carica, ma così carica che, guardate, carica così non lo sono mai stata. No, non è vero. Non sono carica per niente. Accuso una certa presenza vicino alla tonsilla sinistra, forse mi sto ammalando e se è così non posso sopportarlo: già stata male con l'influenza quest'inverno eh, un'altra non ce la voglio, proprio no.
Intanto la mia vita prosegue come sempre, sto cercando di fare il possibile per organizzare le mie giornate ma con scarsi risultati. Inutile dire che non sono organizzata come una colonia di formiche, anzi. Basta in realtà mettere piede in camera mia per venire travolti da un'ondata di disordine e cose. E dire che ho tre cose in croce qui a Barcellona, se ce ne avessi di più verrei accolta da una valanga ogni volta che varco la porta, altro che ondata. Già me la immagino la valanga di vestiti che normalmente sposto da una parte all'altra, quelli che sono troppo puliti per finire in lavatrice ma troppo sporchi per essere messi di nuovo nell'armadio e così passano le loro giornate a fare avanti e indietro tra la sedia e il letto per poi finire, inesorabilmente, in lavatrice, circa un paio di giorni dopo. Eh lo so, la vita dei vestiti né sporchi né puliti è proprio dura.
Ma basta parlare di me che ogni volta sto qui e monopolizzo la scena, parliamo di ciò che possiamo trovare in libreria questa settimana!

Ecco, questa tipa che vediamo qui è sicuro la sorella gemella. Il balcone è lo stesso, ma per l'occasione abbiamo cambiato parte della Contea di Bilbo Baggins: lì c'era la distesa di prati, qui invece c'abbiamo un fiume con una piccola barchetta che fa tanto Cina imperiale.
Mi auguro che 'sta ragazza sia seduta su uno sgabello che non si vede perché, altrimenti, gente io ve lo dico, stare con una gamba alzata e piegata e, quindi, in equilibrio su un piede, solo per fissare il proprio sguardo su un pacchetto regalo... Cioè, sarà sicuramente una posizione di yoga 2.0 per raggiungere chissà quale status di tranquillità mentale, ma la fatica? La fatica? Ne vogliamo parlare?
Sarà una cosa tipica dell'Indocina francese del 1952 (l'ambientazione del libro), insieme al cielo rosa, giallo, lilla e azzurro e le colline verde evidenziatore Stabilo. Noi non c'eravamo e non possiamo dire il contrario. Possiamo dire, però, che l'altezza di quella recinzione non è sicura: se ti sbilanci mentre pratichi lo yoga 2.0 guardando un pacchetto regalo è la tua morte. L'acqua ai bordi me pare pure un tantino verde melma, io un bagno non me ce lo farei (così, pe' dì). Nicole (così si chiama, ci dice la scheda), dai retta a me, cambia sport.
La storia, comunque, è che Nicole c'ha dei problemi irrisolti con la sorella Sylvie, c'è il commercio della seta, lei però lavora in un vecchio negozio polveroso, non le piace il suo mestiere, però è innamorata di un ricco americano Mark ma poi conosce Trân, un ribelle vietnamita, e allora che dici, me tengo l'americano o faccio yoga 2.0 versione poporno con Trân? So' scelte impegnative Nicole, quando vuoi parlà ci trovi qui eh.

6 cose impossibili dici eh? Sicuri siano solo sei? Perché la settima è guardare questa copertina senza svenire, santo cielo. Ma cosa è successo in redazione? Erano tutti strafatti di speed? Non c'è 'na cosa che funziona in questo ammasso di cose appiccicate male con Paint.
L'ottava cosa impossibile è quella specie de tiara che a una certa sparisce sulla destra (?? ma in che senso? Perché?), per non parlare della coccinella di legno e plastica appiccicata lì, senza senso (oltre a essere terribile, veramente terribile).
Un occhio lilla e l'altro rosa (inquietante eh), i brillantini che non si sa da dove escono fuori, la mancanza di senso del tutto. Ma lo vedete il fiore rosso sulla destra? Lo vedete? Io è meglio se non lo guardo, è così brutto che rischio un infarto.
Questa volta però non è colpa di Newton Compton perché questo capolavoro è opera della Harry N. Abrams e noi sappiamo perché Newton Compton ha deciso di mantenerla invariata. Perché? Ma perché rispettava tutti gli standard del mal fatto che normalmente piacciono tanto, ovvio. Che domande!
Comunque, pare che Alyssa – dice la scheda – sia riuscita a entrare nella tana del coniglio e che ormai abbia il controllo della propria vita (ma manco tanto, se scegli tu stessa de conciatte così, tesò, era meglio se te controllava qualcun altro) e che in questa serie di racconti farà un viaggio nel suo passato, nel presente, nel futuro e se j'avanza tempo se ferma pure alla Rinascente a rifasse il guardaroba.

Se mi lasci ti licenzio? Come scusa? Ma che è, una minaccia? Questo è chiaramente un libro che tratta il tema, orribile ma purtroppo molto vero, del mobbing, giusto? 
E lei viene presa in giro dai colleghi perché indossa delle ciavatte che neanche la Inblu nella collezione dedicata alle nonne eh (e comunque non ci stanno con quei pantaloni, fattene una ragione, tesò).
Purtroppo no, a quanto pare Se mi lasci ti licenzio narra la storia di Adam che a 22 anni ha già fatto carriera. Cioè, normalmente ti laurei e fai uno stage gratis – o quasi – in un posto di merda facendo fotocopie, invece Adam manco aveva finito di consegnà la tesi in segreteria che già era a capo di un'azienda. Va bene, tutto molto credibile. Comunque, l'azienda è proprietaria di un famoso sito d'incontri ma Adam non sogna di far accoppiare la gente (per quello c'è Tinder, hai ragione), sogna piuttosto di diventare produttore cinematografico e per farlo ha bisogno di un grosso finanziamento (ma n'era già ricco?). A interessarsi al progetto, ci dice la scheda, è un ricco magnate che però decide di mandare la figlia, Alison, a lavorare nell'azienda di Adam (ma perché? Che c'entra con il diventare produttore cinematografico? Quindi se Adam c'avesse avuto un panificio ma sognava di diventare pornoattore, qualcuno mandava le attrici a fà le cassiere al panificio? Mah). Così Alison indossa quelle orribili scarpe e va da Adam, ma l'attrazione è così forte che insomma alla fine saranno amici, amanti, colleghi etc etc. La cosa importante però è: ma quella moquette è macchiata? Oddio che schifo. 



Per questa puntata è tutto, vi auguro una settimana all'insegna dello yoga 2.0 e un buono regalo da spendere sul sito di Inblu ma solo per comprare scarpe di merda! Al prossimo lunedì. 

mercoledì 25 gennaio 2017

Questione di incipit #17


Oggi voglio mostrarvi le prime pagine di un libro che, quando è uscito, non vedevo l'ora di acquistare. Un po' perché la casa editrice, CasaSirio, pubblica della roba che reputo davvero interessante, un po' perché mi piaceva un sacco la copertina e un po' perché – anzi, soprattutto perché – la trama mi sembrava qualcosa che mi chiamava distintamente. Nel senso che proprio sentivo il libro che diceva "Nereeeeeia, Nereeeeia, compraaaaami, compraaaami!". E infatti che è successo? Che l'ho comprato e me lo sono portato a Barcellona, insieme ad altri pochissimi eletti.
Grazie al Book Blogger Blabbering, che continua le sue gesta con l'iniziativa del l'Indie BBB Cafè, una sorta di Cafè Letterario in cui cercheremo di dare spazio all'editoria indipendente italiana, quasi ogni mese vi parlerò – in un modo o in un altro – di un libro di una casa editrice a me cara.
Il mese di gennaio è dedicato proprio a CasaSirio e, se volete conoscerla un po' meglio, vi lascio in fondo al post i link agli altri blogger che ne hanno parlato.
Intanto, bando alle ciance, vi mostro un po' le prime pagine di questo libro che ho quasi terminato e che mi piace moltissimo.

È il 1893 e siamo in Montana. I protagonisti di questa avventura western sono due fratelli in cerca di fortuna, Old e Big Red Amlingmeyer.
Old Red è silenzioso, intelligente e fanatico di Sherlock Holmes. Big Red, invece, ha una passione per l'alcool e le donne e, sebbene sia il più piccolo dei due, è comunque il più grosso. Giunti al ranch "Dollaro Barrato" per qualche mese di lavoro, dopo qualche giorno di duro lavoro, si imbattono nel cadavere dell’amministratore. Big Red prega il fratello, cercando di convincerlo a non ficcare il naso nella vicenda ma, quando anche uno dei loro compagni di lavoro viene ritrovato con una pallottola in testa, Old Red è sempre più convinto: deve risolvere il caso e, per farlo, sarà proprio il metodo deduttivo di Sherlock Holmes ad aiutarlo. 
Insomma: cowboy e omicidi da risolvere. Un mix che non poteva passare inosservato davanti ai miei miopi occhietti. 
E poi la copertina, la copertina! La state guardando? Guardatela meglio se non la vedete bene. Mi piace da matti. Per maggiori dettagli sul libro (e farvi un'idea sugli altri titoli in catalogo), potete leggere la scheda di Elementare, cowboy qui.

Nel West ci sono due cose dalle quali proprio non puoi scappare: la polvere e la morte. È come se danzassero insieme nel vento e non puoi mai sapere quando una folata leggera ti soffierà in faccia l'una o l'altra. Per questo, anche se sono ancora giovane, ho già messo gli occhi su ogni tipo di morte che vi può venire in mente. Ho visto uomini annegati, morti di freddo, fame o veleno, colpiti da proiettili o da pugnali, uomini impiccati, calpestati da buoi, trascinati da cavalli e morsi da serpenti, per non parlare poi del vasto assortimento di malattie, con le quali potrei riempire questo libro e un altro ancora. Quindi è un gran complimento se dico che i resti che trovammo il giorno dopo la terribile tempesta erano i più spaventosi che avessi mai visto. Non solo alcune centinaia di vacche dovevano aver ballato un valzer sopra a quel cadavere, ma i lupi della prateria si erano evidentemente fatti uno spuntino con il poco che non era rimasto attaccato agli zoccoli. I rimasugli si erano mescolati al fango e sembravano strisce di carne cruda in una ciotola di chili texano.   
– Io inizio a mettere insieme i pezzi – disse mio fratello smontando da cavallo. – Tu torna indietro e recupera un paio di badili.

lunedì 23 gennaio 2017

Nereia vs Barcelona – Capítulo 1. L'approdo.


Dopo tanto rimuginare, parte la rubrica che, fino all'ultimo minuto, non ero sicura di voler scrivere. Questo blog nasce tanti anni fa, con uno scopo ben preciso: parlare di libri. Belli, brutti, da leggere o letti. Con il passare del tempo mi sono accorta, però, che parlare di libri come facevano tutti gli altri mi stava un po' stretto. Sì le recensioni, sì la lista desideri, sì le anteprime, ma cosa mi rendeva differente dagli altri? Niente. Questo blog era semplicemente una copia di tutti gli altri, con molti meno lettori. Ho cercato, piano piano, di dargli un senso e una forma e ho così creato alcune rubriche che lo rendessero solo mio. Ultimamente, poi, mi sono accorta che anche solo parlare di libri era qualcosa che mi andava stretto. Sono cambiata io, in questo ultimo anno, e di conseguenza è cambiata la mia vita. Su valido suggerimento di qualcuno, ho deciso che è giunta l'ora che cambi anche il blog.
Oggi parte quindi Nereia vs Barcelona, di cui vi ho dato un assaggio nel post dedicato al 2016.

Era il 5 agosto del 2016 quando arrivai qui. Atterrai all'aeroporto El Prat con la mia valigia a pois pesante come un macigno e tanta voglia di ricominciare.
Presi il taxi dallo spiazzale dell'aeroporto, diretta a Verdaguer – la zona in cui abito ancora adesso.
Quando scesi dal taxi, vidi subito Lucilla, tutta sorridente davanti al portone in legno del palazzo liberty dove avrei alloggiato – allora credevo solo inizialmente. Ero felice. 
Tutto era nuovo ed entusiasmante: cacchio, Nere, sei in Spagna, la patria della gente sorridente, la patria della rilassatezza mentale e fisica, la patria con la lingua che più ti piace al mondo.
Ci misi qualche giorno a capire e quindi ad accettare che no, Nereia, non stai in Spagna. Sei in Catalogna. 
Perché, vedete, l'idea che si ha di Barcellona dall'esterno è distorta. Barcellona non è in Spagna, gente, Barcellona è in Catalogna e c'è una gran bella differenza. Vivere a Barcellona dieci giorni d'estate non è vivere a Barcellona tutti i giorni, credetemi. Qui non è sempre festa, qui non si è sempre allegri, qui non è semplice fare amicizia, qui la sangria è terribile, qui la gente lavora come in ogni parte del mondo, qui il lunedì è per tutti lunedì, qui non sorridono tutti e, soprattutto, qui la paella non è paella.

mercoledì 18 gennaio 2017

5 is megl che one #5 – ovvero 5 serie tv che meritano di essere viste almeno una volta nella vita


E come vi anticipavo altrove e in tutti i modi possibili, qui sopra abbiamo smesso di parlare sempre e solo di libri. Io mi sono evoluta e, con me, s'è evoluto pure questo spazio. Mi piace pensare di saper parlare anche d'altro, non solo di cose strettamente legate ai libri. Magari non ne sono davvero in grado, ma questa è un'altra storia.
Oggi, proprio per allontanarci dai libri, voglio parlare di quell'altra cosa che mi appassiona a pari merito (certo, lasciando da parte il colore rosa, i fiocchetti, i peluche, ET, e tutte le cose fiorellose che mi piacciono tanto) e, cioè, le serie tv.
Lo so, le serie tv sono ormai inflazionate: tutti le guardano, tutti ne parlano, tutti fanno più o meno parte di una fandom. Posso dire di essere fan delle serie tv dagli inizi, quando erano i tempi di George Clooney in E.R. Medici in prima linea, quando CSI non aveva ancora settecento spin off, quando la gente in Law & Order indossava ancora le giacche con le spalline, quando Ally McBeal emozionava con le panoramiche su Boston.
Oggi voglio parlarvi delle cinque serie tv che, a mio parere, meritano di essere viste almeno una volta nella vita. Ci saranno serie vecchie e serie nuove, tutte con un elemento comune: quando sono finite, hanno lasciato dentro di me un ricordo bellissimo e, al contempo, un vuoto incolmabile.

1. Friends.
Allora, prima di fare un discorso serio è necessaria una precisazione. Friends non è una serie tv, Friends è LA serie tv. E mi dispiace per quanti hanno visto solo qualche puntata e poi non l'hanno apprezzata e/o compresa, ma forse mi viene anche da dire un po' "ma chi se ne frega, meglio così, è solo per gente di un certo livello".
Non so dire quante volte l'ho vista, forse 3 o 4, e forse la mia passione per questa serie è addirittura inquietante. Ricordo scene, particolari e canzoni a memoria, molte delle situazioni reali mi fanno venire in mente situazioni accadute in Friends (e la cosa grave è che ci penso e rido, da sola, come i pazzi).
Il motivo per cui mi piace così tanto e per cui la reputo LA serie tv per eccellenza (nell'ambito delle serie comedy, ovviamente) è che riesce a essere spensierata e, allo stesso tempo, molto profonda. Quante volte ho pianto a causa di Ross e Rachel? Quanto ho shippato la loro coppia già dall'inizio della prima puntata? E lui, vestito da marinaio, che va a prenderla al Central Perk, o lui che dopo una lite furiosa, sta dietro la porta beccandosi la pioggia a guardarla, aspettando che lei gli apra? E Monica, con la sua mania per il controllo, Joey con il suo "how you doin'?" rivolto a qualunque essere femminile respiri, e gli orrendi vestiti anni '90... Cacchio, quanto mi manca. Certo, molte cose sono surreali e portate all'esasperazione, ma molte altre sono invece affrontate in maniera toccante; basti pensare a Monica, a come reagisce quando scopre che il ragazzo che lei reputava interessante pensa a lei come a una grassona, o a quando Chandler decide di affrontare il padre, con il quale ha un rapporto ambiguo e del quale si vergogna, poiché vive la sua scelta di cambiare sesso come un abbandono. È una serie del 1994, quando la parola "transessuale" e l'ipotesi di una coppia di lesbiche scuoteva ancora gli animi, più di oggi.
Friends è dentro di me, così tanto che io e mia sorella, ancora oggi, utilizziamo i pugnetti per mandarci a quel paese.

2. Black Mirror.
Ho un rapporto ambiguo con Black Mirror. Perché? Perché la reputo una serie fantastica, molto ben fatta, che è un piacere guardare ma che mi mette addosso un'ansia terribile.
So perfettamente che l'intento di Black Mirror è proprio quello di farci riflettere su quanto la tecnologia (e i social network) influenzino le nostre vite. So perfettamente che è tutto portato all'estremo, che mai succederà che qualcuno decida della propria vita semplicemente pedalando una bicicletta davanti a uno schermo (prima stagione), ma non sono tanto certa che in un futuro prossimo non troppo lontano, la vita di ognuno di noi non dipenderà dal gradimento che si ha sui social network (prima puntata della terza stagione). Se penso a quanto la gente si lasci influenzare dai like a una foto su Instagram, a tutte quelle persone – anche di mia conoscenza – che prima di mangiare qualunque cosa la condividono su Facebook, come se una parmigiana fosse qualcosa di cui rendere partecipe il mondo, se penso a tutte quelle persone – anche qui, molte di mia conoscenza – che vivono la loro vita in funzione del bastone per i selfie... Be', Black Mirror mi spaventa. Mi spaventa perché è dannatamente realistico. È realistico (e alle volte tristemente attuale) il modo in cui le persone, nella serie tv, trattino gli altri come fossero oggetti, senza minimamente pensare all'ipotesi che anche gli altri abbiano dei sentimenti. È spaventosa, appunto, e per questo dannatamente fantastica.
Non c'è una puntata della serie che io abbia guardato senza piangere, dico davvero. Mi distrugge emotivamente e mi fa paura. Ma santo cielo, è uno dei prodotti migliori e ben fatti degli ultimi anni.

lunedì 16 gennaio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 16/22 gennaio


Buongiorno gente!
Comincio subito con l'inginocchiarmi sui ceci per chiedervi perdono. Venerdì avrei dovuto pubblicare un post, ma mi sono ritrovata a correggere la tesi di un'amica (la cui consegna era prevista venerdì stesso) e niente, non ho fatto in tempo.
Tra l'altro i miei orari non sono proprio comodi, sto cercando disperatamente di non perdermi i pezzi per la strada e non è facile. È vero, lavoro il pomeriggio, ma ci metto un'ora per arrivare e un'ora per ritornare, ciò significa che mi tocca pranzare alle 12,15 circa (cosa che mi fa terribilmente sentire in ospedale). Insomma, per farla breve, la mia giornata è così suddivisa: ore 8,30 circa sveglia, caffè, lava i piatti, doccia, rendi la camera presentabile, controlla la posta, oddio le 11.30? Cucina!, mangia, ODDDIOO ME PARTE IL TRENO E ARRIVO TARDI!, poi lavoro, poi corsa al treno, sono le 20, passa velocemente al supermercato, cena, svieni. Due volte a settimana vado al corso di catalano dalle 20 alle 22 e devo anche correre perché altrimenti arriverei in ritardo. Per cui, io ce provo a stare dietro al blog (e ho anche pensato a come fare), ma alcune volte mi è davvero difficile. Però, se tutto va bene, riuscirò a breve a dare forma a tutto, ve lo prometto. Ho ideato un metodo, lo metto in pratica durante questa settimana.
Ma basta, basta con queste introduzioni lunghe millenni, vediamo cosa ci aspetta in libreria!

Da un'idea di Fabio Fazio, da un film di Bruno Vespa, da un'intervista ai Re Magi, da una manifestazione in favore de laggente che cammina sull'acqua, da un romanzo su un romanzo su un romanzo, da un film su un romanzo su un romanzo su un romanzo, ecco la storia di Lucy, che si china sulle pozzanghere per leggerne il fondo.
Oh, d'altronde Sibilla Cooman legge le foglie di tè in Harry Potter, non vedo perché Lucy non possa leggere i fondi delle pozzanghere della fermata metro Valle Aurelia.
Non è che solo legge il fondo, capite? Si inginocchia sull'acqua e, da brava parente stretta di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre quale è, non solo sta sospesa sull'acqua, ma manco se bagna! Questa è arte, signori miei, ma che ne volete sapè voi. Chissà che ce vede, poi, nel fango. Funesti nemici? Futuri prossimi e trapassati remoti? Chi lo sa.
Tra l'altro, Lucy è proprio fortunata perché conosce un mago che la fa finire a letto con un attore super bello e super famoso e poi li unisce con un filo rosso indistruttibile (la leggenda del filo rosso è cinese, per più info andate qui, anche se l'autrice l'ha un po' cambiata). Ora, io il mago più mago che ho incontrato in vita mia è stato uno che voleva leggermi le carte nel cortile della mia facoltà e, quando gli ho detto che ma anche no perché avevo lezione, mi ha urlato in faccia "tanto t'esce la luna nera!". Inutile dire che questo breve incontro non mi ha fatta finire nel letto di Luca Argentero, anzi all'epoca ero pure infatuata di un cesso a pedali che, tra parentesi, non è manco diventato famoso. La scheda non ce lo conferma, ma sono quasi certa che le cose belle succedano solo a quelli che leggono le pozzanghere.

Ahhh, c'avevamo proprio bisogno de mette una tutta storta, di spalle, in copertina. Il braccio sinistro è chiaramente in rigor mortis, con un'angolatura che fa spavento pure ai medici legali abituati ai più efferati omicidi della storia. Poi me dite pure perché una tizia, in rigor mortis per metà corpo, dovrebbe andà in giro – in camicia da notte– pe' fratte.
Le foglie in stile Garzanti c'hanno pure un poco rotto, basta ragazzi, basta! Non ce la faccio più a vedè alberi e foglie in copertina. Poi quel ramo sulla sinistra, mezzo storto come il braccio della nostra amica proprio nun se po' vedè.
La scheda non ci dice nulla in merito al perché una dovrebbe andà in giro in camicia da notte, ma ci dice qualcosa sul perché ha mezzo corpo in rigor mortis.
Conni, Albert e Jim sono tre tizi inseparabili che fanno tutto insieme, vivono, mangiano, dormono, vanno in palestra, in sauna, a lezione sempre insieme, tipo in simbiosi (mamma che ansia) e la loro vita ruota attorno all'anima del gruppo, Kristina Kim che a una certa comincia a dare segni di cedimento (ma cedimento de che? Si sta decomponendo viva? Vabbè). Insomma, un giorno sto cedimento è così cedimento che la trovano morta tra le fratte. Spetta a Spencer O'Malley fare luce sull'omicidio e la prima domanda che si fa è "ma come, sempre cazzo e culo con quei tre mentecatti e nessuno di loro ne denuncia la scomparsa?". Un romanzo degno di Chi l'ha visto?, che la HarperCollins definisce claustrofobico e inquietante. Te credo inquietante, questi andavano dovunque insieme, manco si poteva fà una puzzetta in pace ché tutti venivano informati! Che ansia, regà.


Per questo lunedì è tutto, vi auguro una settimana di puzzette in santa pace! Al prossimo lunedì.