sabato 29 marzo 2014

Il mercato editoriale lo fa chi (non) legge

E quindi, dopo una discussione su Twitter avuta ieri con alcune persone, eccomi qua con un post polemico. Polemico il giusto però. Lungo un po' troppo, invece.
Generalmente sono una tranquillona, poche cose mi danno fastidio o mi fanno scattare come una molla, davvero molto poche.
- Il littering. Mi manda in bestia, sul serio. Se uno davanti a me, mentre cammina, butta uno scontrino, un pacchetto di sigarette vuoto, mezzo panino o qualunque altro rifiuto per terra vengo assalita da un isterismo senza eguali. Devo trattenermi dall'acciuffare un passante nel senso opposto e scagliarlo contro il maleducato di turno.
- Le persone che, sebbene non debbano scendere in tempi brevi dall'autobus, si piantano davanti alle porte anche se l'autobus offre spazio in abbondanza. Una roba che, guardate, mi sale il nervoso anche al solo pensiero. Ogni volta che devo scendere, e il tipo che ho davanti ovviamente no, mi viene da urlargli "Spostati, maledetto rompiglioni!"(con lo stesso tono di Medioman). Qualche volta l'ho anche fatto ma vabbè, nessuno è perfetto.
- Chiunque voglia cercare di convincermi che il mercato dei libri lo fanno esclusivamente i lettori.
Il terzo punto è quello di cui avrei voglia di disquisire (anche se Medioman offriva diversi spunti di riflessione ma non esageriamo, un argomento interessante per volta).

Non lavoro nel mondo dell'editoria (purtroppo) e non lavoro in una libreria, sono solo una che le librerie le frequenta e che si tiene aggiornata sulle le nuove uscite.
Sono una lettrice e non solo di best sellers, cerco libri misconosciuti e fuori catalogo, sto attenta alle traduzioni, mi interesso di libri non solo come hobby ma anche come "prodotti finiti".
Mi interesso a come venga costruito un libro, alle professioni che si nascondono dietro la nascita di un volume: pagherei per lavorarci in mezzo ai libri. So quindi, più o meno, come funziona il mondo dell'editoria e so che le case editrici sono aziende.
Sebbene l'idea romantica dell'editore campeggi dentro di me (come dentro quasi tutti i lettori), so perfettamente che dietro questa idea ci sono i soldi, i numeri, i conti da far quadrare, gli stipendi da pagare, la concorrenza, i costi della distribuzione, eccetera eccetera.
Adesso dirò una cosa che forse mi farà apparire antipatica e presuntosa ma, in fondo, chi se ne frega. Ho scritto che mi arreca disturbi e fastidi chiunque voglia convincermi che il mercato dei libri lo fanno i lettori. È un'affermazione vera ma non completa. 
Mi danno fastidio anche quelli che lavorano in campo editoriale e che, a una considerazione fatta da un lettore, rispondono: "tu non capisci, i lettori non possono giudicare, non possono parlare di qualità perché solo chi lavora nell'ambito può parlarne, i lettori non sanno cosa c'è dietro, siamo aziende non onlus, anche noi dobbiamo mangiare, il libro in fin dei conti è un prodotto".
Non credo di essere una che non capisce. Sono in grado di giudicare proprio come chi lavora nell'ambito, posso dire che un libro è una sciatteria editoriale perché so riconoscerlo.

Non lavoro certamente per l'industria tessile, eppure so riconoscere una maglietta con un'ottima qualità di tessuto e una maglietta da 4.90 euro di H&M. Vi risulta che lavori per Armani?
Allo stesso modo, perché non posso capire quando un libro è tradotto male, con un'operazione di editing inesistente, senza che lo abbia visto un correttore bozze (animali in via d'estinzione, mi pare di capire), con un copertina fatta in Paint da uno stagista pompiere che aspira a fare l'art director, con una qualità di carta così scadente che l'asciugone che sta in cucina è meglio?! Non posso manco lamentarmi, poi, se questa cosa viene venduta a 19 euro. No, non posso dire la mia perché non so cosa ci sia dietro dato che non lavoro nell'ambito. "I costi sono altissimi"
Ma adesso, pe' sta sciatteria editoriale mi vuoi fare credere che hai pagato pure un sacco? E chi hai pagato, di grazia? Il cane che ti ha fatto la copertina con Paint? L'editor in ferie? Il correttore bozze che non c'era? Il traduttore ubriaco? Eddai, su, non fatemi essere antipatica.
Ma ehi, non dimentichiamo i costi di distribuzione. Io lo so che quello che lavora nell'ambito era già pronto a lasciarmi un commento per dirmi "i costi di distribuzione sono altissimi e tu, che non lavori nell'ambito, non lo sai". No no, invece lo so. So che questi ammontano circa al 60% dei costi totali che una casa editrice deve sostenere – correggetemi se sbaglio – e che variano a seconda del tipo di distribuzione alla quale ci si affida. Con questo varia anche la percentuale di guadagno. Ora, non ho idea di quale casa editrice si affidi a Messaggerie e di quale, invece, abbia una propria rete di distribuzione perché non ho trovato l'argomento tanto interessante da spingermi a indagare.
Non ho nemmeno indagato sui costi di produzione del primo o del secondo caso ma sono certa che se Isbn riesce a pubblicare bella roba, curando le proprie pubblicazioni al dettaglio e riesce a essere distribuita anche abbastanza bene vuol dire che è possibile fare bene il proprio lavoro, non puntare solo sulle sciatterie e riuscire a barcamenarsi con i costi di distribuzione.
Ergo o son loro dei geni indiscussi dell'editoria (può darsi) oppure la storiella del mondo editoriale complesso, dell'io che non capisco perché non appartengo al mondo dell'editoria è un poco una stronzata cretinata.
Diciamo la verità, invece: qualcuno ci marcia e tende a giustificare il lavoro mediocre con un bel "tu non lavori nell'ambito quindi non capisci". 
Come se, ad esempio, bisognasse essere art director per capire se una copertina è fatta da mio cugino di sei anni o da un art bravo.
Perché ci vuole una laurea allo IED per capire che questa è una copertina fatta male e questa è una copertina fatta bene.
Allo stesso modo ci vorranno anni di esperienza in campo editoriale per capire che non si può scoppiare la ruota di un'auto con le unghie al posto dei chiodi (orrenda traduzione trovata in un libro dove il protagonista cercava di scoppiare le ruote di diverse automobili con alcuni "nail" quindi, per Google Translate, con delle unghie). E ancora più anni ci vorranno per capire che un adolescente può andare in giro con una t-shirt ma non con una maglietta a T (altra traduzione da far venire le crisi epilettiche anche al lettore più esperto).
Non lavorerò nell'ambito, ma non sono stupida e che qualcuno mi ci tratti mi fa arrabbiare. Molto.
È vero che libri non esattamente di qualità servono per poter stampare i libri di qualità. Siamo d'accordo, se non guadagni con Barbara D'Urso che tira per la maggiore tra i trogloditi, non hai i soldi per pubblicare Murakami, per dirne uno. Non bisogna essere del mestiere per affermare che Boris Vian non vende quanto Sophie Kinsella.
Però, mi dispiace, la colpa dell'enorme quantità di libri non di qualità presenti in libreria non si può attribuire solo ai lettori.
Chi legge almeno un libro al mese (heavy users) rappresenta il 13% della popolazione dei lettori. Più della metà della popolazione legge da uno a tre libri all'anno (best seller e sciatterie in prevalenza).
Data la mole di sciatteria in libreria mi viene da pensare che le case editrici prendano decisioni in base alla seconda tipologia di lettori (i light users) o in base a chi non legge affatto (non users).
Se non si piazzassero 48mila libri/prodotti di dubbia qualità sul mercato, su 50mila pubblicazioni annue totali, magari il mercato editoriale andrebbe un po' meglio e i light users avrebbero comunque una discreta quantità di sciatterie tra le quali scegliere.
Qualcuno, magari, comprerebbe anche di più perché si accorgerebbe di un sacco di libri che adesso non hanno lo spazio per essere esposti (anche le stesse sciatterie) con la possibilità di divenire heavy users (speranza di tutti quelli che producono prodotti).
Si potrebbe cominciare, anche, con il non pubblicare 50mila titoli nuovi ogni anno in un Paese di non lettori. I libri nessuno li legge, si piange perché i lettori vogliono solo Barbara ma poi manco la comprano, ci sono troppi scrittori per pochi lettori e blablabla e poi pubblichiamo 50mila libri l'anno? A me, scusate, sembra un controsenso. Se non c'è domanda, inutile abbondare con l'offerta. Se cominciassimo con il non pubblicare qualunque starnuto esca dalla bocca di Arisa? O se dicessimo a Emanuele Filiberto che la scrittura non fa per lui? La butto lì eh, poi io non sono del settore per cui non capisco che mossa geniale di marketing si nasconda dietro al capolavoro indiscusso (che manco Proust) di Emanuele Filiberto. Sono sicura che è andato a ruba. :ironia:
Posso capire la mossa di marketing dietro i vari Scongelato e toh, già pronto della Parodi, ma Emanuele... Mah. Io però, scusate, non sono del settore, non posso capirne nulla. 
Come faranno Neri Pozza, Elliot, Isbn, Marcos y Marcos a non interessarsi a pubblicare i libri di Gerry Scotti (per dire un personaggio a caso)? Sicuramente nemmeno chi lavora per queste case editrici è del settore, saranno dei passanti. O forse, noi che non siamo del settore, non sappiamo delle scazzottate tra i redattori e gli editori di queste case editrici e quelli di Mondadori o Rizzoli, che poi alla fine sono quelli si aggiudicano i manoscritti di Barbara. Saranno più muscolosi dei dipendenti radical chic della Elliot. Avranno la mossa segreta della consecutio temporum inesistente che riesce a stendere anche i redattori editoriali più coraggiosi. Magari fanno a gara di spelling di parole come supercalifragilistichespiralidoso e da Mondadori sono più preparati.
Con questo non voglio dire che sia solo colpa degli editori, sia chiaro. Una fetta di colpa ce l'ha chi se lo compra sul serio il libro di Dario Cassini. Come chi compra solo i libri che vanno di moda adesso: i nuovi Harmony (adult, young adult, paranormal eccetera).
Certo è che però se in libreria su dieci volumi, cinque sono boiate, quattro sono mal curati e uno è un bel libro non posso certo lamentarmi se nemmeno i lettori forti comprano più o cominciano a leggere in inglese. È facile dare la colpa a terzi, è certamente più facile che dare un occhio al proprio catalogo e dire che sì, forse dieci libri fantasy simil porno tutti uguali non costituiscono esattamente delle uscite interessanti. E non ditemi che vendono così tanto da giustificare un intero catalogo costituito da quel genere di libri, perché nemmeno chi li legge (tra i pochi lettori presenti in Italia) compra un libro al giorno a 17 euro.
Agire sulla qualità e non solo sulla quantità potrebbe essere una soluzione non dico da attuare (ché, si sa, chi non è del settore la fa facile, l'editoria è un mondo complesso), ma almeno da prendere in considerazione. Non mi riferisco solo alle case editrici che pubblicano occasionalmente lammèrda (cit.) e spesso roba meritevole (Feltrinelli). Mi riferisco piuttosto a quelle case editrici che prima pubblicavano roba interessante e adesso si sono lasciate andare a uno standard qualitativo che farebbe spaventare chiunque (la Nord ad esempio che prima, insieme a Fanucci, pubblicava roba fantasy che altrimenti non sarebbe mai arrivata in Italia e che adesso... Tra un simil porno angelico e l'altro si ricordano una di Glenn Cooper e l'altra di Philip K. Dick in ristampa. O la Garzanti che... :sviene:). Chissà come farà la Marcos y Marcos a mantenere uno standard elevato senza lammèrda nel proprio catalogo. A Torino lo chiederò ai ragazzi dello stand, vediamo cosa hanno da dire in difesa del loro schifoso catalogo per intellettuali. Ma come si fa, dico io, a non voler pubblicare un libro di Qualunquesiailsuonome Scanu! Davvero non lo so, tocca che rimproveri un po' anche quelli di Astoria. Insomma, un bel libro di Flavia Vento o un Sono da Tiffany con un diamante potrebbero pubblicarlo.
Prima di concludere questo post chilometrico, la domanda è: se davvero il libro è un prodotto, perché non chiedere il parere ai consumatori? Non sempre eh, a volte. Le altre aziende che producono prodotti sono solite ascoltare i propri clienti, indicono anche delle ricerche di mercato. Perché questo chi lavora nell'editoria non è interessato a farlo, rispondendo anzi con quelle frasette di cui sopra? La parola, l'opinione, di chi compra il vostro prodotto non vale proprio niente? Ah già, dimenticavo che i lettori non fanno parte del mondo dell'editoria, loro non capirebbero e, quindi, non ha senso interpellarli. Meglio decidere a priori che il mercato dei libri lo fanno i non lettori, senza starci troppo a pensare.
Avete presente quella frase che dice che ogni volta che qualcuno afferma di non credere nelle fate, una fata nel mondo muore? Ebbene addetti ai lavori: ogni volta che dite che è merito dei lettori se in libreria ci stanno i libri di Emanuele Filiberto, un lettore forte nel mondo muore.

Domenica 30 marzo
Postilla che mi tocca aggiungere perché mi è stato fatto notare più volte. Forse non si capisce bene quale è il mio punto di vista. So che dietro il mondo editoriale si nascondo tristissime realtà di persone sottopagate, sfruttate o addirittura non pagate. So perfettamente di editori che non pagano o sono restii a pagare i traduttori o comunque le altre figure che lavorano per la pubblicazione di un libro. Il mio post non vuole giustificare certe politiche aziendali a dir poco vergognose (sarei sciocca, l'ho provato sulla mia pelle in un ambito ostico come quello editoriale, ossia quello della comunicazione), semplicemente non tratto l'argomento perché il punto focale del mio post è che è più facile lamentarsi della crisi, del non vendere abbastanza, degli altri che non leggono, senza dare un occhio a cosa non si sta facendo per risolvere il problema. A partire, quindi, dal catalogo pieno di cose che si sa non venderanno tanto da giustificarne la pubblicazione (Emanuele, really? Eddai, su), dall'enorme quantità di libri pubblicati annualmente in un paese di non lettori e dall'evidente bassa qualità del prodotto finito proposto a costi veramente imbarazzanti. Non mi riferisco quindi in alcun modo alla precarietà dei traduttori, dei correttori, degli editor e dei creativi (che sento più vicini perché lo ero anche io fino all'anno scorso).

20 commenti:

  1. E sull'ultima frase... CHAPEAU!

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  2. Sai che leggendo 'littering' pensavo che avessi scritto male 'lettering'? xD Mi sento ignorante.
    ... e mi piazzo spesso davanti alle porte d'uscita, ma perché c'è più spazio di manovra ed è facile spostarsi per fare passare le persone ç_ç Negli altri punti il passaggio è stretto per noi ciccioculoni. Un giorno ti armerai di turpiloquio contro di me su un autobus, lo so T^T
    Comunque xD
    Ah, la Twitter-rage.
    Ho trovato assurdo il tentativo di gettare la colpa sul lettore - tra l'altro da parte di gente che ne capisce a pacchi, ci sono rimasta un po' così ò_ò - per il calo delle vendite.
    Che poi... ma i lettori stanno davvero calando? Io ho passato due giorni in treno e c'era un sacco di gente che leggeva. La tizia seduta davanti a me all'andata, due tizie nei sedili di fianco, una in quello di fronte a loro... e al ritorno almeno un lettore per scompartimento. Almeno.
    Cioè, forse calano le vendite più che i lettori. Secondo me è ora che lassù si facciano due domande.
    Ho l'impressione che ai piani alti delle CE ci siano persone legate a una vecchia idea di mercato del libro. Tipo che uno usciva di casa, andava in libreria - in libreria c'era tutto perché non si pubblicava al punto di invadere ogni centimetro disponibile - e si sceglieva un libro. Ora ci vuole un passo in più anche solo per far sapere al Lettore che un dato libro che può interessargli è stato pubblicato, e i Non-Lettori hanno così tante alternative che c'è da lottare per accaparrarsi due minuti del suo tempo.
    Io non mi incavolo tanto con le CE quando pubblicano lammèrda. Più che altro li guardo con stupore perché lammèrda non vende se non è supportata da un marketing feroce. E vende solo ai Non-Lettori, quindi si tratta di un'operazione singola che non creerà alcuna affezione. I Non-Lettori saranno Non-Lettori-che-hanno-provato-lammèrda. Se si volessero compiere gli stessi sforzi di marketing con libri belli ma godibili anche dai Non-Lettori, se si volessero raggiungere i Non-Lettori in qualche modo... sinceramente, ci sono mille modi. Il problema non so bene quale sia, se non se ne rendano proprio conto o se pensino che non ne valga la pena, o se si illudano che prima o poi ci penserà un'altra CE. Non lo so davvero.
    Però sì, io sarei curiosa di dare una sbirciata alle vendite Neri Pozza o Adelphi o Isbn o *altre CE belle* per vedere se la crisi le ha colpite come ha colpito Garzanti e Mondadori. Sono davvero curiosa.
    Poi parlano dei costi di produzione come se gli editori fossero gli unici imprenditori a doverne tenere conto ò_ò Ma che è, colpa dei lettori se loro non sono in grado di vendere libri? Se piuttosto che tentare di alzare la domanda si appiccicano le mani alla scrivania coi chiodi? Mah.
    Mah. Mah.

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    1. Ho glissato sul "littering" ma ho pensato la stessa cosa (= che sono ignorante)! :D

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    2. In effetti io sui mezzi pubblici vedo più lettori rispetto a tipo, non so, 4-5 anni fa?! Però vedo tantissimi con libri della biblioteca o chiaramente vecchiotti (quindi, probabilmente, usati). Certo, è vero che se le produzioni sono aumentate (non lo so eh, tiro a indovinare) negli ultimi anni e le vendite son rimaste più o meno le stesse ti credo che ti sembrano poche. Be', comunque sono d'accordo con te quando dici che lammèerda è più per i Non Lettori e quindi non crea affezione. Però, sai, nell'ottica del marketing si spera sempre che i non users o i light users vengano colpiti in testa da un diamante di Tiffany o da un cupcake (per rimanere in tema lammèrda) e diventino heavy users. Certo che essere heavy users di libri demmèrda è quasi desolante... E però, da un lato, mi viene da pensare "meglio quello che niente".
      Per quanto riguarda i dati di vendita dei singoli editori (o comunque degli editori che noi consideriamo belli *__*) avevo anche pensato di domandare, ma non vorrei sembrar loro un'invasata. Che so, magari ci tengono all'anonimato di certe informazioni. Però sono curiosa, ecco. Potrei dire loro che voglio scriverci un post, loro che sono belli *__* e gentili magari mi danno retta. Solo che Mondadori i propri dati non me li darà mai. Argh! Conosciamo talpe all'interno? :ModalitàCluedoAttivata:

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  3. Il fantasy è un caso scuola interessante, poiché abbastanza "limitato" da stare quasi tutto in una zona ben definita della libreria, e dominato da un ristretto gruppo di editori che per decenni ha filtrato la produzione internazionale (vabbè, americana) e di conseguenza influenzato quella nostrana, sulla base di un "lettore medio" che è stupido (se c'è un "cervo" non è abbastanza fantasy, traduciamolo con "unicorno") e notoriamente non ha più di 17 anni. Andrebbe studiato.

    Secondo, io difendo la scelta di tradurre "maglietta a T". O meglio, non la condanno a priori. :)

    Terzo, sono sostanzialmente d'accordo con te. La decrescita inizia tagliando la fuffa, non i bei libri. E fa bene. Il problema è anche la distribuzione. I maggiori editori, in Italia e non altrove, posseggono tutta la filiera (pubblicazione, distribuzione vendita) e questo li mette in posizione vantaggiosa. Gli altri possono, a seconda del loro potere contrattuale, perdere buona parte del ricavo nella distribuzione - dico "perdere" dal punto di vista dell'editore (e dell'autore, il cui guadagno è infimo), non perché sia una vera perdita. Inoltre, lì c'è una compravendita di livello superiore: il distributore che tratta con le librerie. C'è bisogno di dire che il tal autore ha venduto 100000 copie, oppure che il tal fantasy è come "Hunger Games" anche se non c'entra nulla. Queste cose, mi diceva un libraio, servono più in questa fase che nelle librerie.

    Non sono dettagli. Il mestiere del libraio si basa sul debito. I librai sono i clienti diretti degli editori, poiché comprano i libri. Di conseguenza, hanno la necessità di venderli tutti o comunque una quantità sufficiente a coprire la spesa e guadagnarci qualcosa. La resa degli invenduti ha comunque un costo, che va pagato entro qualche decina di giorni. (Se recupero il post te lo linko.)

    Per cui, riassumendo:
    - Pochi editori avvantaggiati che accedono al mercato (i lettori) a condizioni migliori
    - Pochi editori che "barano" (N&C, per dirne uno)
    - Molti editori di varia dimensione che cercano di ottenere una distribuzione a condizioni decenti (capillarità e numeri, costo contenuto)
    - Distributori che devono vendere moltissimi libri e un congruo numero di copie, pertanto bassa persistenza dei titoli nuovi e riduzione della bibliodiversità (si punta sul già letto piuttosto che sulla novità)
    - Librai che chiudono le piccole librerie
    - Guerra aperta, anche sul piano legislativo, fra i grandi gruppi e Amazon

    Quindi direi che no, non è proprio colpa dei lettori. In buona parte è colpa degli editori maggiori e del sistema di distribuzione, basato sul debito, che facilita la presenza piramidale della tale persona proveniente dal mondo dello spettacolo a scapito di libri ottimi - o di libri stampati in perdita solo per venderne altri, esiste anche questo. Ci vogliono libri vari. E nuovi, come quelli di ISBN che porta sugli scaffali titoli assai sperimentali: non è detto che piacciano ma almeno non solo la solita solfa!

    Questa è l'idea che mi sono fatto.
    Volevo solo commentare ma ho praticamente abbozzato un post, per cui spero che si capisca!

    PS:
    Comunque non prendere troppo sul serio la storia della maglia a T. Sulle cretinate mi scatta la polemica automatica; nonostante cerchi di combatterlo, sono nato bastian contrario! ;)

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    1. >>nonostante cerchi di combatterlo, sono nato bastian contrario! ;)

      E non puoi farti cambiare il nome all'anagrafe?
      OHOHOH! Battute stupide al lunedì mattina. Mi ci voleva.

      Comunque sì, un grande problema è anche la questione debito&distribuzione.
      Colpissima dei lettori. Colpissima.

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    2. Dunque, il fenomeno fantasty – sono d'accordo con te – andrebbe studiato. E non solo da me e te come hobby personale, dico dalle case editrici. Perché adesso hanno imparato a gestire l'urban fantasy, peccato che però portino solo quello romance. E quello normale? Niente. E lo steampunk? Niente. Non capisco, davvero. Non riesco a capire perché chi legge fantasy è così poco considerato dal mondo (italiano). E soprattutto unicorno è_é non farmi arrabbiare, guarda eh che poi comincio a lasciarmi andare in turpiloqui di quelli potenti. Non appena acquisto confidenza con l'inglese a tal punto da poter affrontare Martin sfanculo Sergio Altieri (traduttore italiano).
      Per quanto riguarda tutto il resto: facci un post. Perché io non ho approfondito, ma tu sì. Ergo: scrivi! :D

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    3. Lo steampunk è arrivato con il contagocce e in tempi relativamente recenti. Ci sono sottogeneri di cui il lettore italico non è a conoscenza. Hai citato l'urban. Conosci Luca Tarenzi? Stavo raccontando a un collega del libro che stavo leggendo, l'ultimo di Tarenzi, ma lui ha commentato ammettendo di non essere a conoscenza dell'esistenza di fantasy che non fosse tipo-Tolkien o tipo-Rowling. La cosa curiosa è che proprio in ambito urban ci sono autori italiani interessanti, mentre le firme in area "classica" sono ritenute più dozzinale. E non dubito che in ambito mainstream le dinamiche siano più complesse, per cui non mi azzardo a commentarle. :)

      Non so, forse lo scriverò. Ma quando avrò assorbito il cambio d'ora.
      Fra l'altro, non te ne sei resa conto, ma il neologismo fantasty è notevole!

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    4. Fantasty per dire "fantastichevole", no? Siccome il fantasy è bello e piace a me diventa subito fantasty xD
      Be', Tarenzi non l'ho ancora letto ma lo conosco. Lo stesso non posso dire della commessa della Feltrinelli dove l'ho acquistato.
      -Salve, volevo ordinare un libro perché so che non ce lo avete, ho controllato su internet. Luca Tarenzi, Quando il diavolo di accarezza, Salani.
      Lei batte al computer. Mi guarda: -Non esiste.
      Io: -Giuro, esiste. Se vuole lo cerchiamo insieme su internet. Tarenzi Luca. Quando il diavolo ti accarezza.
      Lei scocciata:- Salani hai detto? Non mi dà niente con quel titolo.
      Io:-Cerchi per autore.
      Lei sempre più scocciata batte al pc. Poi, con aria di superiorità:
      -Sicura si chiami così? Sai, magari con la "translitterazione" del cognome non hai scritto bene...
      Io perplessa. Poi sgomenta. Poi di nuovo perplessa.
      -Non credo che in Lombardia abbiano un alfabeto diverso da quello Laziale. Però può darsi che mi sbagli, è un po' che non ci vado.
      Lei viola di vergogna. Riprova. Mi guarda.
      Io:- T A R E N Z I Luca. Ma forse è meglio scrivere Salani e diavolo, forse ce la facciamo.
      -.-' Per dire eh, la translitterazione. Vabbè.

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  4. Quoto tutto! Gran bel post, davvero!

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    1. Grazie cara, è bello sapere di non essere l'unica indignata ^^

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  5. Per parafrasare un amico, il subcomandante C., che gestisce oBBroBBrio, il lettore ha tutto il diritto di lamentarsi per un semplice, immediato e mercantile motivo: ha pagato.

    Inutile e stupido dirgli che non può criticare il libro perché non è un professorone di letteratura o non lavora come capo redattore per Editrice Potenterrima società a responsabilità altrui. Perché quando ha comprato il libro non gli si è chiesto sera un professorone o un capo redattore: gli si è chiesto di pagare con denaro sonante, cosa che ha fatto. E a quel punto, palla al centro e fischio d'inizio :)

    Quanto al resto, mi pare evidente che l'editoria, come altri comparti dell'economia italiana che richiedono (o forse richiedevano...) dei lavoratori di buon livello intellettuale, con titoli di studio elevati, abbia preso a percorre questa china: "A lavoro di me*da, salario di me*da". Un tempo truce slogan dell'operaismo, oggi clausola contrattuale. Chapeau, ci hanno battuti una volta ancora.

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    1. "Per parafrasare un amico, il subcomandante C., che gestisce oBBroBBrio, il lettore ha tutto il diritto di lamentarsi per un semplice, immediato e mercantile motivo: ha pagato."
      Grazie, veramente, per questo commento. Perché hai perfettamente ragione. E vorrei che tutti la pensassero come te, invece di ergersi a sto*azzo rispondendo "non puoi capire". E se non posso capire, spiegami cribbio, piuttosto che trattarmi con sufficienza.
      Non so se l'atteggiamento di cui parlo è comune o no in campo editoriale, ma con me lo hanno assunto 3 persone su 3 con cui ho provato a parlare. La colpa ai lettori della bassa qualità dei libri presenti attualmente sul mercato, poi... Penso che parli da sola come affermazione. Forse sono loro a non capire bene come funziona, sebbene appartengano all'ambito. E questa la trovo una cosa ancor più grave dell'essere un semplice lettore non a conoscenza dei costi di distribuzione (i famosi costi!).

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    2. La mia pignoleria mi spinge a dare un continuo alla frase di Mr Obbrobbrio: il lettore ha il diritto di lamentarsi perché ha pagato, ma quando spara cagate, spara cagate.
      Bom, mi dileguo u_u

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  6. Il fantasy in Italia viene bistrattato perché ci considerano come suidi addomesticati a cui gettare qualunque rifiuto letterario gli venga voglia di produrre. Il problema è questo: in Italia abbiamo pochi lettori forti, abbiamo pochi lettori in grado di distinguere una bistecca da un panino del mcDonald di una settimana fa.
    Commercialmente parlando è meglio produrre la Troisi che ti sforna un libro ogni sei mesi, piuttosto di un mister X che ti da un buon romanzo una volta ogni due/tre anni. Tanto l'80% dei lettori non vede la differenza.

    Comunque, per parlare d'altro. Io non mi sono mai spiegato una cosa. L'Ibns produce libri di buona qualità materiale ad un prezzo basso grazie alla rete di distribuzione autonoma. In pratica sono sia editori, che distributori che librai. In questo modo possono ammortizzare il costo dei libri.
    Bene, e allora perché la Mondadori che fa la stessa identica cosa continua a sfornarmi volumi da 20 euro l'uno? A me sembra una presa in giro. Io, sinceramente, preferisco un libro di qualità (materiale) non eccelsa, ma che abbia un certo contenuto ad un buon prezzo, piuttosto dell'ultima informata di best-seller da due soldi con copertina rigida e carta prodotta dalla foresta di Lorien a 15/20 euro l'uno.

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    1. Ecco, a proposito di libri scarsi a 20 euro mi hai fatto venire in mente il formato ENORME che ha cacciato fuori mi sembra la Mondadori qualche tempo fa. Ricordo che mi lasciò basita per il costo (dai 20 in su), la pesantezza (potevi ucciderci qualcuno) e la grandezza spropositata. Mi pare che uno dei volumi stampati per i miopi che non accettano di indossare gli occhiali fosse Il gioco dell'angelo o Il prigioniero del cielo di Zafón. Non so se ce lo hai presente, era proprio enorme. E anche il carattere dentro era gigante. Adesso è un po' che non lo vedo in liberia (è vero pure che non l'ho cercato) però anche allora non ne avevo capito l'utilità.
      Isbn ha anche la collana con prezzi che si avvicinano ai 20 euro ma non è tanto il prezzo del libro che mi disturba (anche se 20 euro sono sempre abbastanza per me che non lavoro). Piuttosto mi disturba che siano 20 euro per cose che ne valgono molto molto molto di meno. E mi disturba che vengano pubblicati personaggi come Gigi D'Alessio e compagnia bella. Che amarezza.

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  7. Isbn ha un ottimo catalogo americano, un pessimo catalogo italiano (salvo qualche eccezione tipo Luca Giordano) e dei prezzi del tutto fuori dal mondo.

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    1. Partendo dal presupposto che non leggo autori italiani, quindi poco me ne frega del catalogo italiano presentato dalle CE, non capisco questa considerazione. Nel senso che, prendendo sempre a esempio il catalogo italiano di un'altra CE: ti sembra che un libro di Fabio Volo possa costare 19 euro? Mondadori non ha prezzi troppo più bassi e sempre di italiani stiamo parlando, con l'aggravante della correzione bozze spesso inesistente, qualità della carta aberrante e tutto ciò che ne consegue. Io, comunque, mi riferivo piuttosto a un libro di Douglas Coupland a 15 euro che è tradotto bene, curato nel dettaglio. Un libro brutto, tradotto male, del nuovo filone che te piace a te pubblicato da Mondadori e non curato sempre tra i 15 e i 18 euro sta eh, mica lo trovi a meno.

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